Tecno-ottimista (ma anche no)


Da sempre ho creduto che la tecnologia, nelle sue forme più sane, ad un certo punto sarà a disposizione di tutti e renderà l’uomo maggiormente libero. Non è un pensiero particolarmente originale, ma ci credo profondamente. Sarà una tecnologia veramente user-friendly e completamente trasparente per chi non ne vorrà sapere più del minimo necessario. Penso alla domotica, alle tecnologie della comunicazione, alle metodologie di commercio e di pagamento, ai nuovi canali di condivisione della conoscenza.

Non siamo lontani da questi risultati. Ma ad oggi siamo in uno stadio transazionale che vede trasferire il classico conflitto generazionale in ambiti tecnologici.

La tecnologia, come già dicevo altrove, è ormai un cardine della vita delle nuove generazioni, insito nel loro DNA comportamentale; mentre al contrario, è vista come un ostacolo insormontabile per le vecchie generazioni, che la identificano come qualcosa che mina il loro stile di vita, che mette a rischio lavori tradizionali, che rende solo più complicato l’accesso a certi servizi.

Entrambi i punti di vista sono veri e perfettamente argomentabili, c’è però gente che non capisce quanto il diaframma che divide i due universi sia ampio. Per come la vedo io, ad un certo punto tutti dovranno adattarsi a svolgere mansioni non automatizzabili, lavori di concetto; le nostre aziende dovranno focalizzare sopratutto sul terziario specialistico, abbandonare quella cultura della piccola media impresa che assume personale a basso costo che fa lavori manovali. Da una parte perché la concorrenza globale spazzerà via i concetti di dazi, dogane e confini, e non potremo più essere – come già non siamo – concorrenziali. Dall’altra parte perché la tecnologia sarà sempre più a buon mercato e facile da usare. Spariranno tantissime figure professionali di basso rango. Questo è certo.

Mi stupisce al contempo come passi faticosamente il concetto secondo cui l’informatica non è esattamente quella che era negli anni ’80. L’informatica è un agglomerato complesso, una scienza in tutto e per tutto, e in quanto tale non può essere assimilata facilmente. Essere del settore non significa semplicemente saper programmare. Ad oggi vi è uno spettro amplissimo di applicazioni e potenziali difficoltà da affrontare. In questo senso le aziende che forniscono servizi ad alto valore aggiunto e al passo con i tempi, chiedono personale a suo agio ed integrato nei nuovi processi produttivi, con capacità molto indirizzate. E‘ un nuovo mondo tecnologico.

Una tecnologia amica non significa una tecnologia semplice. Tutti la potranno usare, ma non significa dominare e comprendere.

Non è concepibile, come alle volte cercano di venderci, che personale di una certa età, che non ha mai approcciato queste tematiche faccia un corso di formazione e possa essere riciclato in un mondo lavorativo per cui non è più adatto, e per cui non ha attitudine.  Per quale motivo una azienda dovrebbe assumere un trentacinquenne che sa a malapena quali siano le potenzialità di Excel, quando esistono ventenni che hanno sulle spalle già 10 anni di computer? Ad oggi non basta saper far di calcolo, si cercano professionalità molto ad alto livello, focalizzate. Si cerca personale che abbia esperienza in sviluppo Apple-apps, o che abbia approfondito la conoscenza dei supercomputer che stanno dietro le mappe di Google Map, che conosca software di Business Intelligence, che sappia gestire le API di integrazione di Facebook, ecc ecc. Questo è quanto chiede il mondo del lavoro digitale al giorno d’oggi.

Queste conoscenze non possono certo essere acquisite con dei brevi corsi professionali. Sorry tecnosauri, l’innovazione corre più velocemente di chiunque altro.

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