Lettera aperta all’inquietudine (o l’arte di dissimulare)


Il bianco è un buon colore

per un nuovo inizio. Tabula rasa per un malumore da lunedì mattina che s’inasprisce di aspettative poco credibili; un istinto che mi conduce ma che è stemperato dalla ragione e forse, guidato un poco dal timore.

E’ un’inquietudine che vedo sulle linea della vita della mano sinistra, tracciata sui polpastrelli,

e che mi dura il tempo del sonno perduto. E’ una fede che dissimula sicurezza, ma che al contempo chiede, in modo aprioristico ma che – come sia possibile non saprei – non è assolutamente cieca. E si chiede e si chiede

se sia venuta a patti con le sue ragioni, tanto poco quanto io ora lo sono con le mie.

Quali sono i tempi giusti? Sono le ragioni d’abbandonarsi alla felicità che ci rendono migliori degli altri animali? Esistono delle regole per non essere morsi dalla bestia? Che non mi faccia scrivere di insensatezze ad ogni parola assaporata?

In un mondo in cui tutto scorre, forse vale la pena di dissimulare l’inquietudine per un momento. E’ un atto facile di docile vigliaccheria, ma che è tanto sottile da non lasciare poi segno nei cuori nè nelle menti.

E’ questa la tristezza del mondo.

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