Un giardino particolare da coltivare


Un mio carissimo zio è in ospedale, sta male.

Ha 2 flebo attaccate al braccio e un cuore debole debole ed essendo ormai al secondo bypass non è più operabile…
sta aspettando.
Lo guardi, e ti pare lo stesso di sempre, non sembra affatto malato, eppure, dentro, ha un sangue che lo sta uccidendo. E penso allora a mia zia, e a quello che deve affrontare. E tutti gli altri pensieri che di solito mi prendono – le preoccupazioni sul lavoro, i sentimenti, i conti, la famiglia, i divertimenti (soprattutto questi) – si appiattiscono tutti in un bolo che mi si piazza sullo stomaco e mi toglie tutta la voglia di scherzare.
E vorrei poter star sempre con mio zio per dargli forza, mandare al diavolo il lavoro e gli appuntamenti per fargli sapere che, se anche spesso questa vita ti tiene lontano, siamo comunque vicini e che in un qualche modo che non si riesce a dire sento che siamo carne della stessa carne anche se ci si vede solo durante le feste, e le volte che si va a cena dai parenti, vorrei fargli capire che -se potessi- prenderei parte del suo male per dargli da vivere un po’ più di tempo.

Quando capitano queste cose, non mi sento triste; mi sento impotente, e senza lacrime da versare, sento nelle ossa una debolezza per la quale quasi non riesco ad alzare le braccia.
Scusate questo mio sfogo, ma certe cose non riesco proprio a dirle ad alta voce, non ne parlo, le evito, per me è impossibile, non saprei come farlo… ma ho bisogno di condividerle, saper che dall’altra parte dello schermo bianco del pc qualcuno, che mi può conoscere o meno, legge queste mie righe.
Per me scrivere significa pensare ed esorcizzare questa folle paura che mi prende.

Una volta scrissi uno stupidissimo verso “Quanto è fragile e la vita!”. Lo scrivevo ma non ne sentivo la forza.

Non è vero che la morte dà significato ad una vita piena. Sono tutte stronzate, non c’è un equilibrio. Alla fine si muore, e tutto quello che abbiamo fatto quello che abbiamo visto, sparisce con noi. Non esiste una ruota carmica.

In questi momenti, in una forma egoistica, mi salta davanti agli occhi tutte le cose che non ho detto e che avrei voluto dire, tutte le cose non fatte per timore, e a quelle che ho scampato per un pelo.
E mi dico: non ho tempo, non ho tempo!

Non è la prima volta che ho vicino a me la morte, e penso di aver ormai metabolizzato la lezione della sua caducità, sono sempre stato un poco fatalista, insensibile direbbe qualcuno, dinanzi alle disgrazie e al dolore perchè dopo averlo provato sulla propria pelle uno capisce che umanamente non può far nulla, e impara a conviverci, impara a non pensarci, a staccarsi un poco di più da quello che ci rende umani e fragili.

Non credi mai d’avere poca vita dinanzi a te, ma bisognerebbe un poco vivere con questo pensiero. Non vivere il momento come se non avessimo futuro, ma sapendo che tutto può accadere e dovremmo veramente non rimandare troppo quanto desideriamo e non pensar troppo alle conseguenze dei nostri atti, se siamo abbastanza forti da sopportarle e neppur pensare troppo alle motivazioni

e capire che ogni momento il mondo cambia, e cambia il nostro corpo, e neppure nella mente rimaniamo gli stessi, e che gli unici punti fissi che potremmo avere sono forse proprio quei fili invisibili che legano gli uomini, fili che si spesso, o durano, o finiscono, o riprendono, ma ci dicono sempre e solo che qui veramente esiste una livella…

e dinanzi ad essa siamo tutti ugualmente deboli…

Io ora sto muovendomi.

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