Che queste pagine possano essere un mezzo di comunicazione uno ad uno è alla fine normale e, contemporaneamente, un po’ schizoide. Infatti, se è vero che riga dopo riga comunico tra me e me, trovo in una qual misura strano trovarmi costretto a pensare alla natura di Ginen, inteso come mezzo di comunicazione. Lo ho sempre inteso come una estensione del mio rumore di fondo cerebrale, una piccola azione di autoanalisi sotto il cappello del suo incipit (“per essere Ginen…”). E’ un modo per definire ciò che penso, e osservare (spesso a posteriori) quanto questo si accorda col mondo e con le mie giornate.
Non so quanto la necessità di scrivere per tutti e per nessuno sia comprensibile a chi non condivida la medesima necessità, ma che Ginen possa trasformarsi, in certi casi, in fonte di incomprensione, a causa del forte approccio autoreferenziale che spesso attribuisco ai miei pensieri è ancora più strano. Non che importi. Perché non è qui per dimostrare nulla, anche quando potrebbe portare a riprova tante cose.
Se Ginen fosse un diario, un flusso lineare di accadimenti, sarebbe molto più simile ad un registro alla Klemperer; ma non è il caso. Ginen opera una intensa azione di interpretazione; fluisce attraverso le letture spiluccate in rete, i colori del cielo, la tristezza del momento, le odiosità sentite in televisione, i pensieri degli amici, le voglie artistiche. Parte dai punti più impensati per diventare una commistione indistinta di pensieri. In questo senso forse riesce a trasmettere solo una parte dei contenuti, visto che non mi interesso poi di spiegare tutto il “flusso di coscienza” che sta dietro il fraseggio, e quel che viene recepito ugualmente, ha un sapore abbastanza generico da poter essere reinterpretato e veicolato altrove dalla vita di chi legge. Come diceva Carver: di cosa parliamo quando parliamo d’amore?
A onor del vero io vengo da qua: http://www.olokaustos.org/saggi/recensioni/klemperer.htm