L’eccitazione al potere


riflessivoDi me stesso, più di ogni altra donna, mi hai permesso di scoprire angoli senza luce. Con il tuo sesso. Col tuo desiderio. Nell’eccitazione nulla è più potente di una fantasia o dell’essere consapevole che una voglia fa diventare il movimento pelvico ogni volta una esperienza diversa, più calda ed indispensabile. Non vi è nulla a cui dire di no se ci si concede alla passione dell’altro con fiducia. Il vero cuore del sesso non è l’orgasmo ma è il giungere ad una intimità tale da poter togliere ogni barriera a quel che ci piace. Il vero godere è imparare dove possiamo essere trasportati dalla marea dell’esplorarsi centimetro per centimetro.

Questi centimetri di te mi mancano ancora.

Quando tirasti su la maglia per mostrarmi il seno. Quei momenti nel giardino della piscina. Quelle email lavorative eccitanti. Quando io risposti a due telefonate di fila mentre ti stavo dentro cercavo frasi con la parola “vengo”. Quei sexting serali. Quel mangiare mezzi nudi. Quando indossasti quel completino in rete. Quando al telefono ti descrissi una scopata e tu stavi appoggiata ad un albero del campeggio. Quel lento strofinarti contro di me post doccia. Quando ti vestii soltanto di corda. Quel lento girovagare in auto toccandoci. Quando erano morsi ed erano lingue.

Quanto e quante volte tutto questo ci faceva chiudere gli occhi e gridare…

Il senso dell’effimero


castello di carteAbbiamo le nostre speranze e quello che crediamo d’aver costruito negli anni su solide basi. Niente di più effimero: per quanto siamo stati bravi ed accorti nell’edificare la nostra vita, la carriera, la famiglia, le relazioni, o la stessa salute fisica, non c’è nulla di veramente saldo. E’ tutta aria che profuma di sicurezza. Io l’ho imparato quando convivevo. Ci convinciamo solo di essere circondati da certezze, ma in realtà basta un cazzo di orso che esce sul sentiero dove fai trekking, un preservativo mal messo, una parola sbagliata detta alla moglie del tuo capo, un amore che evapora dietro ai fornelli…

Non mi spaventa la fragilità della vita. Non ho mai pensato fosse un buon motivo per vivere alla giornata, anzi, mi aiuta a scegliere come vivere; mi infonde la coscienza di poter cambiare sempre e comunque, di aspettarmi il cambiamento come motore positivo. Anche quando fa male. Bisogna avere gli occhi per vedere il mondo e i piedi per andarci. Finché si può.

Questa è la ragione per cui non rinuncio d’assaporare anche i momenti che so si esauriranno. Vi do fondo consciamente. Non farlo sarebbe come decidere di evitare d’andare a cena con gli amici solo perché sappiamo che poi ognuno se ne tornerà a casa propria.

I miei giorni sono edificati su mattoni che si sgretolano, su gesti che mi mancano, cose che desidero e che solo a volte riesco ad ottenere. Il non saperlo mi renderebbe impavido? Il saperlo non deve rendermi pavido.

Ps: this is a flirt


loquaceLeggevo e pensavo. In questo cazzo di mondo edificato sul saper dire la cosa giusta al momento giusto, sono sempre stato un tipo troppo loquace. Mi capita spesso di rimproverarmi di non essere stato un po’ più reticente. Giusto per facilitarmi la vita. Alle volte saper quando tenere la bocca chiusa è una gran dote. E invece no. L’eccesso, la parola che va oltre mi esce di bocca, nel momento esatto in cui me ne rendo conto. E’ il senso della misura che straborda.

Poi, invece, quando si tratta di parlare del canto dei cigni, del ti voglio bene assaiiii, delle farfalle nello stomaco mi ritrovo la lingua felpata di pelle di camoscio. Mi parte in asfissia la stronzata detta sulla difensiva. A parte l’inconsistenza del momento, non c’è il rischio che ecceda. In certe momenti mi prende un terrore sacro che le cose escano sbagliate, con un suono stridulo e ridicolo. Cosa peraltro quasi sempre vera. Invidio chi sa usare amore come inciso mentre parla, per esempio. E quindi garbatamente taccio, codardamente mi immobilizzo.

Vorrei tanto esistesse un modo per mettere un Tag alle parole non dette, agli abbracci non dati, alle allusioni non riuscite. Un qualcosa di invisibile, ma percepibile con la coda dell’occhio che dicesse:

PS: questo è un flirt.

Tutte le volte che abbiamo litigato


C’è un certo vantaggio nell’essere uomini (adulto sesso maschile): tendiamo a dimenticare ciò che non ci piace con facilità. Come disse qualcuno più saggio di me: con il tempo tutte le cose – anche quelle brutte – assumono una patina di piacevolezza. Una sorta di brillantezza ex post. Non lo dico malignamente, per motivare chissà quale dimenticanza imperdonabile – una ricorrenza particolare, non sia mai! No, intendo che vi è in noi uomini questo meccanismo di difesa che ci facilita nel superare i momenti più tristi. Forse però, di contro, ci impedisce anche di metabolizzarli compiutamente.

Perché dico tutto questo? Perché so di aver avuto negli anni rapporti belli, lunghi e pieni di amore; ma anche rapporti brevi ed altalenanti, presi malamente in un circolo di spiacevolezze. Rapporti in cui ho fatto tanti errori e non ho accettato la sfida. Rapporti in cui il passato gocciolava dentro da tutte le parti.

Lo so, ci devono essere stati tanti momenti di sclero – voce del verbo imbestialirsi -. Più di quanti creda. Eppure non ricordo nulla dei frangenti, quasi nulla delle ragioni, se non -forse – un ripetersi di ossessioni. Si dice che non ricordare il passato ti condanna a ripeterlo, che è come non aver vissuto, ma onestamente non mi trova poi così scontento di questa manchevolezza tipicamente maschile. Mi permette di non serbar rancore e di perdonare quando serve.

E poi, se non ricordo i brutti momenti, ricordo invece molto bene i momenti di riappacificazione. Ma di questi non dirò certo qui. :-)

Trova le differenze


Vi sono delle volte in cui è difficile fare delle scelte di testa, perché tutto ci pare uguale, e sembra quasi che tutti facciano della mimesi una filosofia di vita. (Alle volte invece le differenze spiccano. ;-) vedesi la foto )

Non sto parlando delle differenze che si insegnano a scuola, che un po’ mi sono sempre state sul cazzo, tipo, le differenze tra la prima e la seconda rivoluzione industriale. Quelle sono le differenze che ti rovinano. Innanzitutto perché non serve a nessuno saperle; alla fine io voglio sapere cosa c’era in comune tra illuminismo e romanticismo, per farne una sintesi, un bel mash-up post moderno, non le differenze. E in secondo luogo perché ci inculcano da bambini l’idea che le differenze sono lì per essere contate sulle dita. Ed invece – io personalmente – mi sono sempre trovato incasinato nel distinguere per bene le cose.

Sto parlando delle differenze di percezione. Le differenze di comportamento. Le differenze di credo. Tutte, quelle sfumature che non si scorgono a vista d’occhio e ci intristiscono. Avete notato come la mancanza di una separazione netta metta tristezza? Il grigio nel cielo, gli stessi sapori tra due tagli diversi di carne, i lavori ripetitivi. Noi siamo stati strutturati per le differenze, per i conflitti amorosi e le guerre tra nazioni. Non per nulla gli occhi lavorano sul contrasto e le dita percepiscono la ruvidezza.

Però le nostre giornate spesso ci conducono verso una sorta di conformismo comportamentale, ci chiudiamo da soli dentro recinti. Nascondiamo quello che veramente ci caratterizza. Non si tratta di aspetto, anzi – quello è forse la nostra piccola rivolta – negli ultimi anni ho visto più stile che moda – a quella che è una mimesi vera e propria. Pensate a quante persone conoscete. Quante di esse effettivamente spiccano, e sono dotate di un carattere ed opinioni personalissime?

Il punto il cui le strade divergono


Il punto lo vedo, e sta proprio lì vicino alla mia insofferenza. La pazienza si esaurisce e non voglio più cercar di capire le tue parole, mentre si fanno sempre più sottili.

Mi sono arrabbiato per l’ennesima volta; e spero anche sia l’ultima volta che mi capita per motivi tanto futili (per non dire stupidi).

Arrabbiarsi per me non significa strillare e litigare con qualcun altro, ma al contrario, essere insofferente. Non sopportare più una voce. Allora, la cosa più giusta da fare è smettere di ascoltare quella voce, in modo da tornare a sentire una calda sensazione di quiete invadermi.

Oggi pensavo a quanto spesso sentiamo parlare dell’incapacità degli uomini di sostenere un rapporto maturo -quale che sia, della loro bidimensionalità, dell’infantilismo che li caratterizza. In una parola della loro immaturità. Se questo discorso è valido per gli uomini, allora lo deve essere anche per le donne. Il fatto è che, l’immaturità femminile spesso si declina secondo me in un fattore in grado di rovinare tanti rapporti: la fiducia. O meglio, la sua mancanza. Ancor più della gelosia. Mi sfugge veramente la logica di voler condurre un rapporto con una persona di cui non si credono le parole.

Ecco, la fiducia è il mio tallone d’Achille. Ho sempre pensato che dando un po’ di fiducia, ogni situazione di potenziale incomprensione potrebbe sfumare in due minuti netti. Se una persona non riesce a vedermi attraverso – quel tanto da darmi fiducia, credo che questa persona non abbia capito per niente come sono fatto. Ed essere arrivato al punto da non aver più voglia di dare spiegazioni o di seguire flussi di pensieri che non mi sono propri… e non sentirne nemmeno la necessità, credo che sia un chiaro indicatore. Punto.

Perchè alle volte le serie TV ti salvano la vita


Credo che il segreto della mia terapia stia nell’accumulo. Una terapia d’urto, imbarazzante, devo dire; è la storia del garzone del pasticciere, che può mangiare tutte le prelibatezze che vuole, ma dopo alcuni giorni ne viene a nausea e smette di assaggiarle. Per me è un po’ lo stesso: quando qualcosa mi preoccupa e mi prende uno stress che mi strapperei i capelli, io mi ci metto d’impegno e ne faccio indigestione. O l’assimilo o ne sviluppo una reazione avversa. In entrambi i casi supero il momento.

Ultimamente ero preoccupato. Per una serie di cose di vario colore, e molta insoddisfazione lavorativa. Beh, penso che la preoccupazione in generale sia una cosa buona. Un po’ come per il paranoico, ti fa rimanere all’erta. Ci sono persone che passano tanto del loro tempo cercando di non preoccuparsi, e di non avere paura, ma se essa non permea la tua vita e non indirizza troppo fortemente le tue scelte, come tutto lo spettro delle emozioni, anche la preoccupazione ha una sua ragione d’essere.

C’è chi è preoccupato dei cambiamenti. Come non capirli: perdi il lavoro e tutto cambia. Ti ritrovi con meno punti di riferimento. Cambia il tuo sentimento per la persona con cui vivi e devi affrontare tutti i dubbi e le paure che avevi tenuto riposti accuratamente. Beh, per me in questi giorni è stato il contrario: ero preoccupato per questo pantano in cui mi sento: poche prospettive. Stesse facce, stessi pensieri. Stessa pigrizia nel non cercare una via per uscirne. In una parola: MANCANZA di cambiamento. Ingolfato in un momento della mia vita. La trappola della quotidianità che non riuscivo a scollarmi di dosso.

E quindi? Ho preso il PC, una decina di puntate di serie made in USA che non avevo ancora visto, messo il cellulare in silenzioso e mi sono abbarbicato sul divano pronto a compromettere la mia smagliante forma con una cura intensiva di TV. Ed ho iniziato ad assorbirmi tutta insieme una overdose di staticità. Ho guardato in pochi giorni quello che avrei visto in un  paio di mesi.

E sono uscito dal weekend urlando e con gli occhi iniettati di sangue. L’umore è ancora bassino, ma il desiderio di isolamento si è allontanato di corsa. Come dicevo: terapia d’urto. Eh sì, questo infernale proliferare di serie tv alle volte ha anche una sua utilità :-)

Ma lo sai qual è la forma dell’India??


Well, per ogni sensazione che ci attraversa dovremmo tutti dire Grazie. Sarà pur vero che siamo stati cani e gatti, che sono stati gli errori a condurci fin dove siamo, ma questo nostro morderci è anche stata la nostra voce. La nostra via alla passione. E per questo io non potrò mai dimenticare.

Io non so se vi sia una forma dell’amore che vada bene a tutti. Forse per ognuno c’è una forma diversa che s’incunea in noi adattandosi alla bene meglio. Come per l’idea dell’India. Ognuno conosce un’India diversa, perché – in effetti – l’India si stratifica; una dietro l’altra, dietro l’altra… E’ probabile che vi siano persone in grado di accordare l’anima e ad avvicinarsi sufficientemente da far vedere tutto quel che sta nel loro cuore; e che permette di appoggiare tutto il resto ad un fondo di pace. Per qualcuno l’Amore avrà probabilmente la forma della famiglia del Mulino Bianco, e per altri la forma di Melissa P.

E la nostra? Il nostro affetto è sempre stato come un duello di pugnali. Abbiamo avuto questo rapporto altalenante, con alla sua base un motore passionale. Ma che, in ogni ingranaggio, strideva. Ma io non me ne pento. Io ti ringrazio, perché qui nelle mie mani sono ancora posati le tue sfuriate e i tuoi baci, le tue telefonate notturne, e i tuoi sfioramenti. E dentro di essi ho imparato a vivere le cose senza razionalizzare, a abbracciarle, qualunque cosa portino. Mi hanno permesso di capire le cose che veramente amo.

Il capofamiglia


Da giovinetto pensavo di essere padrone della mia vita. Poi, uno sguardo severo di mio padre bastava per farmi ritornare sui giusti binari. Era lui il vero Jabba the Hat. Crescendo, le arrabbiature, le proteste e le prime letture filosofico-politiche  mi fecero credere di essere padrone delle mie decisioni, in realtà allora parlavo in vece del mio pene. Io, semplicemente lo portavo in giro.

Per non citare il fatto che in quarant’anni ho avuto qualche ragazza, di cui sono stato il perfetto maggiordomo. :-)

Ora sto in casa mia, senza moglie né figli, e ogni tanto cedo alla presunzione di credere di poter decidere di per me, senza dover ascoltare i consigli del cuore, per esempio. In realtà, se ci penso bene devo ammettere che il vero capofamiglia oggi è  il mio splendido frigorifero. Ogni settimana lo rifornisco di prelibatezze, lo lucido, lavoro per poterlo tenere sempre attaccato alla rete elettrica. E lui che fa? Se ne sta lì, quatto quatto, padrone indifferente di tutti i miei sforzi culinari.

La vita è dura.

Mr Malcontent


“No” era una parola che mi stava elegantemente in bocca. Era la mia ribellione. Lo ricordo bene; da giovane mia madre mi diceva sempre che ero un bastian contrario di professione. Mi piaceva proprio dire di no. Era autoconsistente, senza effettiva necessità di interpretazione. Parola facile e pigra, nel suo semplicissimo negare.

Non so l’esatto momento in cui ho perso quell’abitudine. C’è stata una ragazza che sollevava lo sguardo anche sotto il peso degli errori. E sorrideva. Con lei ho capito che NO volgarizzava la ragione, troppo facile da vivere. E che strappava via a morsi – incupendola – la buona volontà. Oggi un no me l’ha fatta tornare in mente, trasformando il no in .

Di lei scrissi:

[...] a pochi eletti sapeva apparire
come una cittadella di delizie,
un monumento messicano alla libertà,
una corrente marina, un nastro di seta azzurro
una mai vista burrasca di grida.
Voi che parlate con tanta grazia, con modi gentili
non potrete mai capire la dolcezza dei suoi seni nudi
i segreti a mezza voce nella quiete
i sogni discreti, la spontanea sgarbatezza.
In lei nulla mancava di meravigliarmi,
era una sorta di scambio di antichità tra parole e atti
“non c’è tempo, se non per stupirsi”
e in soffitta le mani non potevano starle dietro,
“che ne dici di stazioni e ostelli? Preferisci i paesaggi?”
e sbarazzina s’affacciava sul colle del castello
con uno sguardo in inganno, che era il suo solo strumento
“non c’è niente in tasca che non sia nell’anima”.
Una maga slava sembrava, ai sortilegi credeva,
alla verità dei sentimenti, e alla passione…
tant’è che una fanciulla per bene l’inorridiva.
Giocava di tanto in tanto con il coraggio degli amici,
e poi s’inventava un pianto d’addio
quando aveva bisogno di bontà o d’un soldo prestato. [...]

Il venerdì al circo


Il periodo è duro. Un cazzo di inizio 2012, se devo dirlo. Peggio che se stessi dentro il Grande Fratello. E’ un periodo in cui il lavoro assorbe tutte le mie energie. Ora, non è che faccia il turno di notte in una catena di montaggio della nuova Panda,  ma manco sono il mogiomogio di un portaborse.

E me ne sto di venerdì sera nella mia nuova casetta, a riprendere le forze.

Ma prima stavo ripensando quando di venerdì stressavo i miei genitori perché mi portassero al Circo. C’era il circo a San Giuliano. E ogni tanto c’è ancora, ma non ho il coraggio di andarci di nuovo. Cioè, ho questi meravigliosi ricordi di tutto lo spettacolo: il leone ammaestrato, i clown, gli acrobati, le donne bellissime con gli occhi truccati di viola e con cappelli di lustrini,  il tutto sotto una luna dall’alone rosso-giallo. Ho i ricordi che potrebbero aver preso le luci e gli incanti dai racconti di Ray Bradbury.

Ero carico di emozione; andavo a vedere le persone che montavano la struttura, vedevo crescere la magia pezzo per pezzo e avrei voluto sgattaiolare sotto il tendone. E poi quando il sole scendeva iniziava lo spettacolo. Me ne ricordo ogni attimo. Assolutamente ogni attimo.

Non volevo che finisse mai. Non ero mai stanco il venerdì sera. Ecco, così dovrebbe essere ogni venerdì!

Ma cosa vi avranno mai fatto di male…


Leggo tumblere e bloggeriste che dicono peste e corna degli uomini. Leggo i loro umanissimi post in cui appena ne hanno l’occasione riducono in coriandoli la categoria uomo. Non sono crudeli, spesso non riescono a tenere dentro la tristezza, ma altrettanto spesso sono spietate nella loro superiorità femminea. Delle storie finite male che hanno alle spalle raccontano dei residui di sentimento, e che probabilmente – in questo modo – esorcizzano.

Ora, so che si tratta sovente di divertissement, un modo di allontanare le tristezze dei fatti della vita, e al contempo sono spacconaggini tra amiche; gli uomini e le loro storie di pesca, fanno da sempre la stessa cosa, ma c’è anche un aspetto un po’ più psicologico secondo me. Descrivono gli uomini che incontrano come qualcosa al di là di sè; sono posti sempre in secondo piano e da trattare alla pari di un animale domestico, a cui non si può chiedere poi molto. Uomo come razza inconoscibile, quindi.

Almeno fino a quando non sono loro stesse a tenere gli stessi comportamenti che tanto detestano nei maschi. E’ come leggere una pubblicità: promozione della vita da single 2012, cose così per far passare il tempo, il sabato esco e il primo che passa me lo limono duro… Uomini per cui non vale la pena manco di intristircisi sopra.

Una cosa si perdono nell’applicare una tale difesa a zona nei confronti del genere maschile. Un semplice concetto perso nel preconcetto. Credono di essere le uniche. Ma tutti noi uomini, dico tutti, ne abbiamo di passati da terrorismo, dentro di noi. Per ogni donna single c’è un uomo single. E siamo tutti ugualmente suscettibili di errare. Ugualmente dotati di un inconscio; non siamo solo delle reazioni chimiche, puramente istintuali, monolitici nei desideri e nel cercar di fottere gli altri.

Banalmente, abbiamo solo comportamenti diversi. Difese diverse. Errori diversi.

E se ritornassi…


Alle volte penso. Ma non sempre. Inizio a scrivere qualcosa che credo di un certo senso. Lo limo e lo limo, fino a che prende un filo logico. Poi, lo rileggo e mi annoio con le mie stesse riflessioni insulse.

Lo sembrano. E lo sono. Che coglione che sono. Me lo dico, e me lo dicono. Così taglio e sottraggo e scopro che non rimane nulla. Come per la vita; nel voler correggere gli errori, ed indagarli ed evitarli, ed indulgere nel ripensarli, e cercare il modo di non ripeterli, poi rimane uno striminzito nulla. Quando invece dovrebbe essere tutto un buttar dentro a palate!

E poi magari far spazio per quello che non c’è stato. Che sono mai gli errori! Sale sulle ferite. Vita appassionata. Non appassita.

E poi cancello.

E poi leggo dei pensieri lì fuori. E mi ci rivedo, ecco – dico – questo avrei potuto scriverlo – era così facile. Questo sarebbe andato bene.

E mi rincuora il fatto che altri vivano le mie stesse giornate, mi rincuora riconoscermi nello stereotipo – in uno dei tanti – che ci sono per la città, perchè alle volte soffriamo di mania di protagonismo – io ne soffro – e credo che a tutti gli altri vada meglio, e che debba cercar di prendere coraggio e far come gli altri. Ma non siamo poi così diversi. Così provo a scrivere di nuovo. Scrivo delle mie nottate insoddisfacenti; perchè se di giorno ci sono impegni, incazzature, amici fidati, diversivi… la mezzanotte porta a mettersi alla finestra – siamo a tante finestre – una accanto all’altra che non sanno di essere ad un passo, e vedono tutti la medesima desolata oscurità.

E allora ci provo, a scrivere. Ma dopo Borges, non credo ci sia bisogno che altri scrivano di scrittura e di pensieri. E di come i pensieri scorrano immutabili.

 

avere cura


I pensieri che mi ronzano in testa negli ultimi giorni sono una specie di terapia di gruppo in cui tutti applaudono e gridano ”bene, ti comprendiamo”. Mi sento quasi in una di quelle associazioni per “l’armonia dello spirito” che non ho mai sopportato.  Quando il mio cervello inizia a pontificare in questo modo mi costringo a tornare coi piedi per terra. L’alternativa infatti sarebbe adottare un mood auto-refenziale, in cui mi ci adagio con un certo qual sbagliato piacere.

E allora mi prendo cura di me stesso: una telefonata ai genitori per salutarli, un buon libro che mi ha sempre dato piacere, tre o quattro pasti precotti in modo da non dover trivialmente pensare al cibo, penna e taccuino, alzare i caloriferi abbassare le luci e tanti bei cuscini morbidi. Insomma, niente che non vi possano insegnare al primo giorno di un qualunque corso di yoga.

Sapersi prendere cura di sè, saper pensare alla propria salute non è un atto egoistico. E non significa neanche riuscire a trovare delle scusanti per delle azioni che non reputiamo veramente nostre. E’ qualcosa di molto più prosaico, come riuscire ad affrontare in piena coscienza una situazione che non soddisfa. E provare a risolverla. Pensare, prendere il tempo per farlo con calma, è una terapia importante. Senza arrovellarsi, ma riuscendo ad affrontare un problema per poterlo superare e risolvere.

Insomma, una tipica attività di advisor consulenziale. In buona sostanza faccio consulenza a me stesso, partendo dall’esperienza, da un’analisi dei rischi e degli stockholder. Ascoltare il corpo per avere un forte ripensamento delle cause, e quindi fare una schietta analisi delle situazione, prima di programmare una risoluzione.

E’ un sistema che non garantisce un risultato, nè che esso sia quello desiderato o quello più giusto. Semplicemente è un metodo per riequilibrare i chakra :-)

Mantenere un individuo


Quindi siamo fluidi. Lo siamo, a prescindere dall’inconcepibile quantità di acqua di cui siamo fatti. D’un fluido che si monda nell’esperienza, o nella sua mancanza. Senza alcuna logica. Senza forma.

Ricordo d’aver letto, non so più dove, Greg Egan probabilmente, di un racconto in cui individui-software coscienti potevano scegliere il proprio imprinting, il fenotipo che volevano facesse parte del proprio sé. E’ ironico: noi, che siamo essenzialmente hardware, non potremo mai farlo. Lo stesso sorriso – le stesse parole dette – in due persone aprono porte logiche diverse, percorrono dentro filamenti fatti da mozziconi di tristezze e circuitano i ricordi su stupide insicurezze. Hardware, senza aggiornamenti standard.

Quindi siamo fluidi. Ma come saremmo se potessimo decidere che carattere sviluppare crescendo? Cosa scarteremmo perché non ci piace? Quale ricordo, quale passo falso? Con quel che resta dopo tutti gli erase, riusciremmo ancora ad imparare l’umiltà?

Single o meno, domina una assoluta imperfezione


Non mi sono mai messo d’impegno nell’essere single. E ugualmente non ho mai pensato fosse assolutamente necessario non esserlo.

Non ho in me un qualche imperativo a riguardo, ma un veloce bilancio rivela sicuramente uno squilibrio verso i periodi solitari. Nel mio altalenare tra vita di coppia e vita da single, posso concludere che mi è sempre piaciuta la vita di coppia, a parte quando diventava una insopportabile faida. Nessun pregiudizio quindi nel ripartire ogni volta con la stessa speranzosa voglia. Quello che non sopporto della vita di coppia è lo strascico che si lascia immancabilmente dietro alla sua fine. Non so se ci sia qualcuno che riesca ad uscire da un rapporto sostanziale e liberarsi dal suo pensiero il giorno dopo. Io certo non ci riesco.

Al contempo non ho mai associato la vita da single con maggiori occasioni sessuali. Primo Comandamento: sesso sì, ma con trasporto e desiderio. Non certo per liberare la palle. E poi diciamolo, la pigrizia inficia non poco. A meno di essere uno degli strafighi partecipanti del Grande Fratello, che frequentano chissà che ambienti promiscui dove -chissà – forse le occasioni si sprecano, la vita sessuale del single medio è subordinata da una intensa attività preparatoria. Uscite continuative (anche se vorresti vedere le repliche della Signora in Giallo in tuta sul divano), scorribande in feste noiose, e in locali che non senti tuoi. Personalmente trovo questo fare un modo di vivere artificioso, senza sostanza. E io non ho mai sopportato essere determinato come persona dalle mie stesse necessità sessuali. Me lo sgrullo e riprendo fiato.

La sostanza, per come la intendo, sta nella vita di coppia. Mi piacciono i ritmi, le condivisioni e gli impicci comuni. Mi piace non avere un sobbalzo se sento mentre dormo uno strano rumore vicino la porta. Ma non per questo perseguo il fidanzamento come ultimo fine.

Alla fin fine credo sia per questo che le vere occasioni non sono poi così semplici da trovare per me … la persona giusta al momento giusto, col giusto sorriso, sulla giusta frequenza, e la stessa voglia di aprirsi a qualcosa di più che se stessi. E’ un pentacolo ben difficile da chiudere.

Ad onor del vero, io vengo da qui: http://rumika.blogspot.com/2012/01/una-delle-mie-solite-sbroccate.html

Adultismo spiccio


Potrei soffermarmi molto a parlare di seconde occasioni, come altri potrebbero farlo di donne o altri ancora del cibo. E questo mi rende una persona decisamente fortunata perché negli anni sono inciampato spesso in errori stupidi e, certe volte anche infantili. Ma in qualche modo ho spesso avuto modo di riscattarmi. Questo fa di me un adulto, che ha saputo imparare dai propri errori o solo un fortunato bastardo?

Mi sono chiesto spesso se essere adulti significhi accettare responsabilmente le conseguenze delle proprie azioni. Non credo. Potrebbe trattarsi semplicemente moralismo. E far delle scelte che non sempre ci sono convenienti? No, potrebbe essere masochismo. Sono sicuro non si tratti di saper tener duro – potrebbe essere testardaggine – e nemmeno sapere quando sia meglio soprassedere, che potrebbe essere un atto timoroso. Essere adulti non significa fare grandi scelte, prendere la vita per le corna e far che le cose avvengano, perché spesso le cose avvengono comunque e alle volte proprio come vorresti. Alle volte le grandi scelte vengono fatte con indifferenza, con poca o nulla coscienza di causa. Non significa essere indipendenti, uscire di casa, affrontare le normali difficoltà quotidiane. Quindi, cosa significa essere adulti?

Essere adulti, IMHO, è indicativo di uno stato d’animo. Si può intravvedere nelle piccole cose. Nel saper chiedere aiuto quando non riusciamo ad uscire dalle difficoltà, con umiltà e senza sentirsi in difetto; nel fare i conti della serva prima di mettersi a creare una nuova App che potrebbe renderti ricco e famoso; nel telefonare ai propri genitori non solo quando se ne ha voglia, ma quando si sente che è la cosa giusta da fare; è prendere quella famosa seconda occasione e non far la stessa cosa stupida.

Diversi modi per bloggare a letto


Ricordo quando frequentavo usenet per i gruppi di discussione su fumetti e startrek, su poesie e erotismo. Con una connessione Tiscali a tempo, mi connettevo nei brevi intervalli in cui mia madre non chiamava le sorelle e scaricavo un set di conversazioni. Cavolo, non esistevano diatribe che non fossero sul pezzo; si discuteva, ma senza livore. C’erano anche le occasioni per incontrarsi, ed erano sempre una festa. Ma non erano, come capita ora, eventi, camp, meetup. Al massimo la persona più vicina al luogo consigliava di prenotare una pizzeria.

In quella preistorica stagione, i social network erano una meravigliosa fonte di informazioni di prima mano, permettevano di  sviluppare tante idee e progetti in condivisione, di vivere comunità virtuali in cui poter esprimere tutti i propri interessi. Certo, anche ora lo fanno, nei forum specializzati. Ma sembra che tutto si sia troppo specializzato, e mi danno l’impressione di essere delle riserve indiane.

Il caos è entrato in noi con la nascita dei social network generalisti. Tutti vi raccontano tutto, senza filtri. Prima almeno si usavano, con una certa diffidenza, solo i cari vecchi blog, che in qualche modo ti costringevano ad elaborare un pensiero compiuto. Ora sono solo un fottio di copia/incolla, sono un colabrodo di flussi di coscienza che riproducono, tristemente, tutte quelle dinamiche interpersonali della vita vera, con tanto di egoismi, egocentrismi e quant’altro.

Alcuni pare abbiano come sottotitolo: “Ho tempo da perdere e voglio brasarmi il cervello”, oppure: “Qui si cerca sesso, amore, un rifugio dalla solitudine e dalla vita vera”. Non nego che possano essere utili, né dico che debbano per forza essere utili. Dico solo che vedere le persone rivaleggiare per il proprio io virtuale, dirsi le peggio cose pubblicamente ha un sapore di sintetico. Sembra che si voglia arricchire il gossip del proprio nick con tutto questo mettere in piazza le cattiverie dette e ricevute.

Vorrei allora consigliare una azione molto più liberatoria: vedetevi (o chiamatevi) e ditevele in faccia, scrivetevi delle belle letterine e scannatevi, ma, per favore, non lavate i panni sporchi in pubblico, che di meschinità siamo già fin troppo costretti ad esserne partecipi in wet.

Discutere, non vivisezionare


Essere accomodanti è, alle volte, una bella rottura. La gente pensa che si tratti di una semplice reazione di disinteresse, l’avere pochi spigoli da smussare, il riuscire a trovare sempre un punto di pareggio, quasi a dire che si dà poco conto a quel che si sente, o non val la fatica di rivaleggiare coi pensieri altrui.

In realtà credo vi sia un essere accomodante che nasce dall’entusiasmo, non dalla pigrizia. E’ il piacere di accettare d’impeto le persone per quello che sono e per le idee che hanno. Senza credere mai che le nostre opinioni – anche quando viaggiano su binari separati – siano in contrapposizione, quanto invece sono costruite su diverse sfaccettature dello stesso frattale. Continua a leggere

Di strane sfumature che non si ignorano


Capire cosa non si desidera sembrerebbe complesso, potendo risolversi in un gioco di sfumature nel mare di cose che vogliamo; ma paradossalmente alle volte è più facile piuttosto che capire cosa si desidera. Cosa si desidera veramente. Perchè quel che si desidera rimane in ombra dietro gli errori, le indecisioni, le futili ricerche di equilibri e di desideri che siano maturi. Mentre cosa non si desidera si palesa al tatto delle nostre dita.

Ma è quando mi sforzo di pensare che qualcosa sia per il meglio, quando arrivo quasi a convincermene, che non lo posso ignorare. La sua mancanza di desiderio. E’ un pensiero talmente puro da aprirsi spontaneamente alla vita, da non potersi chiedere dove conduca. Se ne sente l’urgenza di fuggirne ed abbracciarne il suo opposto.