Tante parole quanti sorrisi


Capita di imbattersi in persone che sanno da che parte è imburrato il pane. O meglio, di incappare – così per caso – in parole che ti risuono come affini; che sanno di fiducia ed intelligenza e che ti conducono verso giornate piacevolissimeIn quel momento, non puoi fare a meno di ricordare come la spensieratezza coli veramente ovunque e sia nei posti più facili da trovare.

Durante tutta la giornata assapori quel senso di calda confidenza, quasi fosse un mattoncino fatto di cioccolato nocciolato e di felici vicinanze da far sciogliere sotto la lingua. Ho riscoperto, in questo nuovo anno, come poche parole uscite con una spontaneità che non ricordavo possano intessere un filato di buonumore. Rido a crepapelle seguendo i pensieri. Mi riscopro rilassato ed intento a ripensare alle cose dette. Che altro serve nella vita?

Brucia la carne [istruzioni per l'uso]


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S’intonava la sua vita al girare ritmico e fondo del giorno, al cerchio riflesso sull’acqua, allo sguardo che si allargava perduto; perché suo era il regno del sangue caldo, del cuore preso e saldo, del seno dolce e amaro… dell’ardor tempestoso – come un’isola col faro…  la cui luce sapevo seguir quando andavo cercando il sapor leggero del rhum, e un destino avaro.

Tanto vicino ho quell’intimo inverno che tiene in piedi un pensiero, che leggero in mano, al cielo non andavo chiedendo se l’amo, né chiedevo perché bramo: chi vuol saper dei sogni dove s’ergono le radici?

Uberfiga


Se mi chiedete di fare una media, io sono sempre stato più da donna da centro sociale, anni ’70 style. Mi garba il pareo, il trucco per nulla, il capello corto-comodo, la donna cosciente degli suoi lati belli, impegnata, un po’ sgarbata, volitiva. Col nasone che fa carattere. Insomma, avete capito.

Ma inconcepibilmente, le donne che ho avuto sono sempre state della categoria schick (ma spesso col nasone, che fa carattere). Non che mi dispiaccia; apprezzo la donna curata, il vestito che mostra le gambe abbronzate, il pantalone che fascia nel modo giusto. L’ammirazione nasce dal fatto che io la mattina mi ritrovo sempre allucinato e sofferente nel pensiero di dovermi fare la barba perché sono più in ordine. In estate mi innamoro tre volte al giorno andando a passeggio per la Milano dello shopping.  Ma lo sguardo compiaciuto è sempre stato accompagnato dal pensiero “ma chi te lo fa fare a spendere tanto tempo e fatica per trovare il giusto accostamento dei colori del fard con la forma del pelo pubico???”. :-)

Poi mi capita di leggere piacevolmente la Spora, che è figa per propensione, non figa per tirarsela, ma perché è la sua filosofia di vita. Io non la conosco, ma me la sono sempre immaginata molto stilosa, non solo nel sembrare, ma anche nell’essere. La leggo e non mi capacito. Insomma, ho sempre associato la uberfiga alla fatica mattutina, all’ossessione per la scarpa giusta per ogni occasione, e un po’ – ammettiamolo – ad un atteggiamento superficialotto; di quella che ci pensa a cosa mettersi quando si prepara per andare a correre al parco, di quella che in ufficio deve sembrare più figa della collega e far svalvolare il capo col fisico più che per le proprie abilità lavorative. Altrimenti perché dovrebbero sottoporsi a cotanta costante attenzione all’apparire, se non basassero molto di sè e della loro autostima nell’apparire?

E invece no. Cazzo. Se anche le fighe mi citano Anna Magnani mi crolla tutto il castello. Cazzo. :-)

 

Contro il corpo


Mi lavo le mani con il disinfettante al piano dell’ospedale, e me ne vado. Ma avrei voluto poter aiutare lei ad andarsene. Sta a letto con un cancro inoperabile, ha quasi novant’anni e da ieri è gravissima. E’ sempre stata una persona fantastica, indipendente e forte. Ora il cancro l’ha mangiata tutta, ormai è ritornata ad essere del peso di una bambina. Per fortuna è sotto morfina, terapia del dolore sembra che si dica, ma non è quella la sua vera sofferenza. Non riesce quasi più a parlare, se non con uno sforzo enorme, lo fa soffiando fuori parole che quasi non riusciamo ad udire, non si muove ma ha la mente perfettamente lucida.

Fino a ieri avrei messo la firma per arrivare alla sua età come lei. Ma ora, così lucida, ed imprigionata in un corpo che non vuole cedere… Vi è una enorme tristezza nell’avere un corpo che ti tradisce. Due volte: prima facendoti crollare, indebolendoti, e poi impedendoti di controllarlo. Occorrerebbe veramente avere un bottone di shoutdown.

Ha salutato tutti, ormai. Ha visto accorrere al suo capezzale tutte le persone che l’amano. Ogni tanto alza il braccio scheletrico per fare un segno della croce, o alle volte per mandare un debole bacio a chi le sta davanti. Ha a malapena la forza di respirare ma ogni volta si sforza di togliersi i tubicini dell’ossigeno, perché è in pace con la morte e vorrebbe farla finita. Mentre è in guerra con la vita.

Il corpo, ormai tanto indebolito non vuole spegnersi.  Non ce la faccio più, lasciatemi andare… E’ stufa di questo stillicidio, lo capisco, ma tutto quello che si può dirle è di avere pazienza, non la si può prendere in giro, non può guarire, deve solo aspettare, chiudere gli occhi e avere il coraggio di aspettare. Dirle che ci mancherà. Non c’è bisogno di parlarle di consolazioni ultraterrene: lei è sempre stata pragmatica, sveglissima e decisa. E anche adesso lo è. Gli occhi ci scrutano e ci chiedono di aiutarla. Ma non c’è alcun accanimento terapeutico, sono solo antidolorifici, semplicemente lei è forte, anche adesso che non vorrebbe esserlo. Ci dice che vorrebbe una mano per andarsene, un colpo fortissimo… sussurra appoggiando una mano sul petto. E a me monta una rabbia fortissima perché siamo nel 2012 e non è ancora possibile accompagnarla nel suo ultimo cammino. Niente morte assistita, anche se la si chiede. E sono rabbioso anche perché la verità è che sono un codardo. Dovrei veramente trovare il coraggio di aumentare il dosaggio di morfina e poi fanculo alle conseguenze legali.  Dovrei…, me lo ripeto. Ma poi mi lavo le mani, e non so far altro che salutarla e augurarle buon viaggio…

Il conformismo


Il problema è che tu lotti e lotti contro il mahjong, contro quella determinata festa, contro il partecipare a questo o quel gruppo, contro starsene a casa la sera perché stanno arrivando gli ospiti, contro tutto il conformismo e cose simili, e dopo un po’ cominci a sentirti stanco. Combattere tutto il tempo contro le cose ti consuma e non ti porta da nessuna parte. [Peter B. Beagle]

Viale delle rimembranze


Tornato all’università dopo la pausa estiva, non parlavo a nessuno per più di trenta secondi, tutto mi sembrava noioso, poi – ricordo – vidi su una bancarella dell’usato una prima edizione di Fahrenheit 451 tutta polverosa. Ricordo di come ero in apprensione che la prendesse la persona dinanzi a me…

Ricordo come se fosse ora la litigata in cui mi spezzai un dente con un sasso, in cima a quella collinetta di terra dietro il campetto da calcio, col cielo che andava imbrunendo, e la paura di tornare a casa con la bocca sanguinante.

La voce mi tremava la volta che insieme a Fulvio provammo a registrare una prima puntata radiofonica del nostro gazzettino, e che non andò mai in onda sulla radio di San Giuliano. In onde medie di frequenza. Continua a leggere

John Grant a due metri


Lo spettacolo è averlo a due metri, in maglietta e panza, con un sorriso veramente contagioso. E più di ogni altra cosa l’interpretazione che dava alle sue canzoni, con una voce ancora più bella e carica rispetto al suo ultimo disco. E le parole che spendeva per descrivere ognuna di esse, dimostrando di scrivere prima di tutto per se stesso.

Un caro saluto dai cugini d’Irlanda


Se c’è un bel modo di vivere è quello di girare per il mondo con gli amici.

Finalmente al terzo tentativo nella mia vita sono riuscito a vedere con i miei occhi Dublino, respirarne l’aria marina e ingurgitare una dose adeguata di dolci e birra. Un bel weekend. Pare poco, ma in realtà l’essere lontani da casa, zompettare a destra e a sinistra per tutto il giorno dà l’impressione di essere in giro da più tempo. Sono stati due giorni caldi e assolati (giurin giuretto!!) in cui ci siamo negati solo una visita alla casa di Bono.

Ci sarà modo di tornarci. Sicuramente merita, anche solo per andare a passeggiare sulle spiagge, partecipare ad un concerto di musica irish, provare i tanti pub bellissimi a cui abbiamo dovuto rinunziare. Alla prossima, Dublin!!

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Alza la voce


Alza la voce. Inizia sempre così mia madre al telefono, quando non ci intercettano. E finisce chiedendomi se vado a cena da loro. Nel mezzo poi… vi sono chiare dichiarazioni che ritengo lesive della mia immagine… tipo “come è che un bel ragazzo come te ancora non ha una donna?“. Primo, a 40 anni “ragazzo” è offensivo, specie perchè poi dice “donna” e non “ragazza“… E poi non ottempera all’evidenza, sebbene io con regolarità, le confermi il mio disinteresse al carrierismo. E mi chiede quando le regalerò quella famosa casa Prestigio da 4 milioni di €. Passerò tutto al mio avvocato domattina e chiederò a mia madre di rettificare il tutto con la sua amica Silvia. Funziona meglio che comprare una pagina sul Corriere della Sera.

Ha assolutamente ragione Wikipedia a fare un gesto tanto eclatante. Qui ormai siamo completamente anestetizzati alle infamie peggiori. Forse perché sappiamo che più paletti cercano di imporre i para-fascistoidi da operetta, meno controllo hanno in realtà sulla nostra vita, che si sfalda e perde di regole. Ma se tutti insieme capissimo che ogni singola voce conta, se tutti prendessimo la cattiva abitudine di non concedere la nostra fiducia a chi non la merita. Se alzassimo tutti la voce parlando di libertà…

 

A onor del vero, vengo da qua: http://rumika.blogspot.com/2011/10/loop-in-famiglia.html

corpo, mente e spirito


Tu che hai il collo un poco chino, abbandonato ad un antico rito
tu che hai lineamenti color acquerello e bocca rosso pastello
e una carne d’insetto, dal dorso lungo e perfetto il respiro esiguo della marea,
una voce marmorea e il seno bianco, lo sguardo azzurro di chi ha pianto.
Tu che hai il naso a conchiglia e gli occhi di una mitezza pigra
una dolcezza sul mento e le dita di fuoco quasi spento.
Tu che hai negli occhi la saggezza del vino e lo spirito libertino
origami multicolori e fottifotti consolatori
tu che hai negli occhi i sensi metropolitani e i grilli persiani
e il groppo in gola e i sogni in cova…
Tu che hai gli occhi di sasso, le labbra di muschio
le mani da zingara con figlio e gli occhi da gladiolo
tu che hai i capelli vivi come onde, come alghe scure
e il tuo stare come un vecchio che muore
e tra le gambe infantili quel tuo fiorente sole…

Tu che hai ogni ora l’indomabile spirito delle pantere
non sai forse d’essere la donna cui penso tutte le sere?

2 luglio 2011


Ormai è fatta!. Il giorno della migrazione è arrivato, e sono sopravvissuto. Toccati i quarantanni finalmente sono riuscito a mettere in quattro sassi uno sopra l’altro su un metro quadro di terreno che è solo mio (e della banca per qualche annetto). Ancora non ci credo, ma è una sensazione galvanizzante. Mi metto steso per terra sul pavimento a piedi nudi, allargo le braccia e abbraccio il cielo.

Dal 2 luglio dormo sul mio nuovo japan-style bed Continua a leggere

Reset


Quanto tempo serve al cervello per azzerare selettivamente alcune aree di pensiero? Quanti zuccheri occorre assorbire, quanti biscotti e camomille, per riuscire a prendere queste giornate scontrose con una buona dose di filosofia?

Vi deve essere una correlazione molto stretta tra il mondo percepito e il mondo sostanziale, un po’ come come tra pensiero ed azione. Perché è evidente, Continua a leggere

L’uomo al telefono


Alla portineria c’è sempre qualcuno che parla al telefono. Sempre. In tre anni non sono mai riuscito a scambiare una parola una, perché immancabilmente sono alle prese con la cornetta. Sicuramente esiste una parola per indicare questa patologia.

Capisco che avere un lavoro poco stimolante ti richieda prepotentemente un mezzo per sfogare la frustrazione, o comunque un’attività che ti faccia passare il tempo. Ma... stare tutto al giorno a parlare al telefono? Io non vorrei mai essere amico di un portinaio. Mai! Dovrei compiere un omicidio! Che poi lo considererei eutanasia.

Che la portineria sia quindi una metafora della paura della solitudine che è insita nell’uomo?? E se fosse invece solo espressione della nostra recondita necessità di comunicare? Fosse così, i portinai sarebbero stati geneticamente pensati per avere un livello di comunicabilità oltre soglia. :-)

I miei luoghi di lacrima


A morning-glory at my window satisfies me more than the metaphysics of books.

Non scorderò mai la volta che giunsi con la mia mountain bike con i raggi rotti presso le Calanches in Corsica, con le gambe a pezzi ma felice; non dimenticherò mai l’inverno del mare grigio e burrascoso di Napoli. Non dimenticherò mai il mio primo sguardo emozionato sulla cittadella di Edimburgo…
Vi sono luoghi che sono più di una geografia, si avvicinano più ad un canto della natura, che ti penetra in profondità e non ti lascia. Ci vorrebbe, Walt Whitman, per poter descrivere quei luoghi che sono i miei momenti di pace…

Gesture


Sono sempre stato un forte  gesticolatore. Devo ammettere che per qualche tempo da piccolo ne ho anche sofferto; ho provato a ridurre questa mia tendenza. Solo col tempo ho capito che si trattava di un tratto mio proprio che è in qualche modo bello. Esso infatti enfatizza da sempre i miei pensieri e mi aiuta a focalizzare. Lo faccio anche quando sono da solo. Per esempio ora, mentre scrivo queste righe, muovo le dita nell’aria alla ricerca di una parola che non mi torna in mente.

Accorgermi di questa mia abitudine, serve anche enormemente a fare dell’autoanalisi. E’ chiaramente una comunicazione non verbale. I gesti più carichi e decisi infatti, sono fortemente correlati all’emotività, al livello di adrenalina che ho in circolo, all’importanza che do al concetto che sto esprimendo.

Sappiatelo quindi, quando mi vedrete sbracciare come un pazzo, che è amore!

 

Un’occhiata al peggio (nel giorno della memoria)


Il giorno della memoria è, per fortuna, stato ben celebrato anche in televisione. Anche nel 2011! Nonostante la deriva che la nostra povera nazione sta prendendo c’è ancora gente come Marco Paolini che crede nel fare spettacoli densi di valori e significati. Quel che dovrebbero rimanere fuori da questa giornata sono alcune sterili polemiche, in cui si mette in discussione la necessità di ricordare avvenimenti “lontani”. Il fatto è quegli orrori, lontani non lo sono davvero, nè nel tempo, nè nel comune sentire. Quindi non lo devono essere nemmeno nella memoria. Perchè il nemico è sempre alle porte.

La vedovanza


La cattiva notizia è che con il senno di poi, di norma giungo alla conclusione che gli sbagli sono più miei che di altri (non sempre per fortuna). Ma vi è un periodo che sta tra la fine di un’esperienza e questa presa di coscienza che è per me una sorta di vedovanza sentimentale. Un periodo di refrattarietà che potrebbe essere paragonabile ad un lungo sospiro.

La bellezza di un rapporto, nelle sue varie sfumature, tra le tante sfaccettature che si intersecano con la passione, cresce sulla voglia di condividere. E al contempo si arrampica come un’edera lungo dei pezzi della nostra totale libertà di pensiero. Ed è questa libertà recuperata a farsi sospiro quando una stagione finisce. Penso si tratti della prima delle fasi dell’allontanamento, una sorta di corrispondenza delle fasi Kubler Ross. Un senso di rilassamento più alto che però si declina con la sensazione di perdita. E di sconfitta.

 

Diverse uguaglianze


Alterno il pensiero tra la supponente convinzione di essere nel giusto e l’idea di aver fatto un gesto irreparabile ed effimero.

Le ragioni perdono di plasticità; più mi ci inoltro più si fanno liquide; non si stagliano splendenti nè incupiscono – stanno in un cuneo che macchinosamente raggiungo. Questa pesantezza di spirito si spezza in due noccioli. Ed entrambi hanno fatto radici. Uno in un Venerdì la cui argilla è stata la pigrizia, si è incuneato nel peso delle gambe stese sul letto, nel tedio della luminescenza televisiva. Il secondo invece si è addensato in un Sabato percorso da una febbre del fare, da un voler far seguire gli occhi ai piedi.

Così ho iniziato questo ultimo weekend pre-lavorativo. Venerdì alle 7 am guardo fuori dalla finestra e una leggera pioggia mi dà il saluto, così mi giro e me la dimentico. Il Sabato mattina invece mi accoglie silenziosamente, e sbirciando dalle imposte, non posso che scegliere il passo lungo e lento.

I sentieri si biforcano a partire dallo stesso pensiero.