Territori di caccia


seventh

la settima vittima

Immaginate di leggere che esiste una matematica femminile secondo cui c’è un maschio appetibile ogni trenta donne. Ecco, e ora immaginate di avere una chiara consapevolezza per la quale per ogni femmina appetibile ce ne sono, in pieno territorio di caccia, trenta su cui sarebbe conveniente mettere una bella X con un pennarello indelebile, giusto per non sbagliarsi. Questo significa che la probabilità che un “ragazzo d’oro e/o buon partito” incontri fortunosamente una “ragazza da marito” da far felice (secondo la nomenclatura un po’ desueta dei miei genitori) è proprio da lanternino. Immaginate lo sconforto!

Per fortuna, ripensandoci un poco meglio mi viene da chiedere in quali orride categorie possano ricadere tutti gli altri ventinove trentesimi di maschi in cui una donna si imbatte quotidianamente. Qualche scapolo impenitente, qualche sposato senza remore, qualche separato ancora preso dalla ex compagna, qualche finto giovane… ok, ma gli altri? Siamo proprio certi che siano tutto assolutamente inapprocciabili?

Mi fregio di far parte della categoria dei single scopabili secondo chiari principi di igiene, dialettica, colloquialità ed estetica. Chiederei una conferma ad amici e conoscenti che mi leggono, ma non volendo correre un deleterio rischio di smentita preferisco che i miei 99 lettori diano per postulato la mia dichiarazione decisamente poco modesta. :-)

Da single non per scelta comoda, ma più che altro per abitudine all’indipendenza, non disdegnerei un rapporto che sapesse far suonare qualche campanello sia sopra che sotto il girovita. Ma la cosa non è facile, anche perché con il passare del tempo qualche confine minimo necessario, come è giusto che sia, lo vai tracciando. In una tale situazione, non accreditabile quindi sotto il nome di “innamoramento”, ben ci si accontenterebbe di condividere ogni tanto il letto, l’erba e il telecomando con la propria corrispondente femminea di single Scopabile. Intendendo con essa un essere di sesso femminile dotata innanzitutto di una chiara comprensione del significato dello status di Single.

Perché dico questo? Perché la mia piccola statistica mi porta a credere che mentre gli uomini per indole riescano ad abbracciare con facilità lo stile di vita single, con tutti i relativi pro e contro, la condizione di singletudine femminile ha spesso una caratteristica più altalenante: si dichiara apertamente tale; esplicita la propria indipendenza da un singolo pene asserendo che per nulla scambierebbe la propria libertà; fa delle vere e proprie battute di caccia con le amiche circuendo il bello del locale girovagando per la Milano-bene e spandendo ferormoni ovunque… ma poi, svegliatasi la mattina nel di lui letto, si impadronisce del 95% dello spazio mentale libero nell’uomo. Lei magari non ne è cosciente ma, tornata a casa, scatta il cronometro e se lui non le scrive entro le dodici ore partono tutti gli allarmi. Si chiede perché lui non le ha offerto il suo spazzolino, o perché non l’ha abbracciata nell’addormentarsi, o perché non le ha chiesto cosa fare nel weekend.

Il fatto è che il diavolo sta nei dettagli. Gli uomini lo imparano fin da piccoli, e quindi quando una donna emette quei brevi segnali di instabilità emotiva, non connessi ad un periodo premestruale, si fa subito prudente. Per questo non esisterà mai un censimento del maschio scopabile: questa rarità statistica ha imparato secondo necessità a passare sotto i radar femminili. :-)

Infatti, è prerogativa dei single poter declinare un palese invito ad accoccolarsi dentro una patata, per scegliere invece di essere per la serata il pieno padrone del proprio telecomando, ed evitare magari di dover l’indomani far una copia delle chiavi.

Le colpe degli altri


trust in meIn certi luoghi ci si arriva per caso. Ma quando ci si è, si può decidere se restare o andarsene.

E’ una soluzione un po’ da paurosi ed è molto facile, nascondersi. E rinunciare.

Io credo che niente come perdere la testa per qualcuno ci faccia sentire tutto più intensamente, e per come la vedo io, il sentimento aiuta a vederci allo specchio. A vedere negli altri, noi stessi. E’ questo in definitiva l’importanza dei sensi e del lasciarsi trasportare da essi. Con questo intendo dire che quando ci si apre a qualcuno, facciamo di tutto per piacere: ci guardiamo quindi da più vicino, ed al contempo assorbiamo in noi ogni cosa che l’altra persona dice e fa. Siamo ricettivi al massimo grado.  Sembra stupido mettere per iscritto queste parole, ma anche ogni fiducia mal riposta mi trasfigura. Imparo come essere una persona migliore: riconosco nell’altro i miei errori passati e ne capisco le conseguenze.

In quei momenti, ogni sussurro del cuore ha impatto: alcuni possono aver infranto, ma tutti hanno costruito qualcosa in me (di me!).

Non deve essere per forza facile. Non è da poco anche solo avere il coraggio di star davanti agli occhi di chi ti desidera, o di chi crede in te e si sente ferito, e saper cosa dire.
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Ps: this is a flirt


loquaceLeggevo e pensavo. In questo cazzo di mondo edificato sul saper dire la cosa giusta al momento giusto, sono sempre stato un tipo troppo loquace. Mi capita spesso di rimproverarmi di non essere stato un po’ più reticente. Giusto per facilitarmi la vita. Alle volte saper quando tenere la bocca chiusa è una gran dote. E invece no. L’eccesso, la parola che va oltre mi esce di bocca, nel momento esatto in cui me ne rendo conto. E’ il senso della misura che straborda.

Poi, invece, quando si tratta di parlare del canto dei cigni, del ti voglio bene assaiiii, delle farfalle nello stomaco mi ritrovo la lingua felpata di pelle di camoscio. Mi parte in asfissia la stronzata detta sulla difensiva. A parte l’inconsistenza del momento, non c’è il rischio che ecceda. In certe momenti mi prende un terrore sacro che le cose escano sbagliate, con un suono stridulo e ridicolo. Cosa peraltro quasi sempre vera. Invidio chi sa usare amore come inciso mentre parla, per esempio. E quindi garbatamente taccio, codardamente mi immobilizzo.

Vorrei tanto esistesse un modo per mettere un Tag alle parole non dette, agli abbracci non dati, alle allusioni non riuscite. Un qualcosa di invisibile, ma percepibile con la coda dell’occhio che dicesse:

PS: questo è un flirt.

Love is the devil


Io la penso così: è facile correggere i propri errori, è facile ammettere i propri errori, è difficile capire quando si sbaglia. Ancor più difficile evitare di sbagliare.
Non si tratta di vanità o di superbia; quando mi intestardisco, litigo o - per non aver dato il giusto peso alle parole, per stupida superficialità – faccio soffrire qualcuno mi fregano sempre le buone intenzioni; da una parte mi fanno credere di essere nel giusto anche quando così non è, e dall’altra mi rendono insofferente alle accuse di far le cose di malanimo.

Fare la cosa giusta è quanto di più difficile perchè occorre sforzarsi di pensare più agli altri che a se stessi, bisogna tenere conto di quel tanto sottovalutato sentimento che è l’empatia. Come mi hanno detto, non si può entrare ed uscire dalla vita di qualcuno senza pensarci, senza pensare al dolore.

In questo, è evidente, devo sforzarmi di essere una persona migliore.

Di fronte al pericolo


Gli amici sono la mia ciambella di galleggiamento. Certo, lo sono anche le famigerate manigliette dell’ammore, che mi permettono una certa sicurezza in caso di affannamento :-)

Ma gli amici sono il mio galleggiante. Mi indicano l’altezza dell’acqua. E, più di chiunque altro, sono la mia famiglia.

Non lo dico con leggerezza; non è un modo di dire estemporaneo, e non è una pavida conseguenza della mia singletudine. No, nella vita ho avuto la fortuna di essermi imbattuto in persone magnifiche, con cui condivido pensieri ed esperienze. Mi hanno dato la forza di superare delle situazioni dure, e lo hanno fatto quasi senza accorgersene, quasi fosse la cosa più naturale del mondo. Mi seguono negli errori, mi spronano, e mi fanno patpat quando ho bisogno di coccole. E come loro, anche io.

Da soli magari siamo tutti in balia degli eventi, ma di fronte al pericolo nessuno si tira indietro. Alle volte credo che l’amicizia, ancor più dell’amore, sia il sentimento più naturale, e più caldo che possa dimorare in queste ossa.

Gli amici forse non se ne accorgono, ma rimango sempre assolutamente incantato, e sorpreso, nel vederli come affrontano il rimanere senza lavoro, le frustate mensili del mutuo, la cattiveria degli altri (e in questo periodo siamo in tanti a dover lottare). Eppure – tra amici vicini e lontani- abbiamo tutti in noi qualcosa del Candido di Voltaire. E’ questa la meraviglia del mondo.

 

 

Il venerdì al circo


Il periodo è duro. Un cazzo di inizio 2012, se devo dirlo. Peggio che se stessi dentro il Grande Fratello. E’ un periodo in cui il lavoro assorbe tutte le mie energie. Ora, non è che faccia il turno di notte in una catena di montaggio della nuova Panda,  ma manco sono il mogiomogio di un portaborse.

E me ne sto di venerdì sera nella mia nuova casetta, a riprendere le forze.

Ma prima stavo ripensando quando di venerdì stressavo i miei genitori perché mi portassero al Circo. C’era il circo a San Giuliano. E ogni tanto c’è ancora, ma non ho il coraggio di andarci di nuovo. Cioè, ho questi meravigliosi ricordi di tutto lo spettacolo: il leone ammaestrato, i clown, gli acrobati, le donne bellissime con gli occhi truccati di viola e con cappelli di lustrini,  il tutto sotto una luna dall’alone rosso-giallo. Ho i ricordi che potrebbero aver preso le luci e gli incanti dai racconti di Ray Bradbury.

Ero carico di emozione; andavo a vedere le persone che montavano la struttura, vedevo crescere la magia pezzo per pezzo e avrei voluto sgattaiolare sotto il tendone. E poi quando il sole scendeva iniziava lo spettacolo. Me ne ricordo ogni attimo. Assolutamente ogni attimo.

Non volevo che finisse mai. Non ero mai stanco il venerdì sera. Ecco, così dovrebbe essere ogni venerdì!

Ore 22:35. Mi alzo dal tavolo.


Il Natale, come scende dall’albero e si ripropone in casa Borsotti, anno dopo anno, è una cosa meravigliosa.  Non c’è Natale più desiderato.

Ecco un breve acquerello di cosa vedo nel rustico di casa quando la luce fuori è già calata da un paio di ore…Vi è uno spargimento continuo di regali grandi e piccoli, per grandi e per piccini che sembra la strage di San Valentino. Carta da pacco ovunque, mio padre che la raccoglie e la butta nel camino scoppiettante, bicchieri appoggiati in ogni anfratto, sui bordi delle finestre, pieni e vuoti, bottiglie di spumanti mezze sfinite, macchie di rosso sulla tovaglia, mucchietti di noccioline aperte che si mescolano ai dolcetti greci, mezze fette di panettoni vivisezionati dai canditi, le zie con più anni sulle spalle appollaiate a chiacchierare di malanni sul divanetto dinanzi al camino, con un gruppo di dinosauri che mangiano le macchinine sotto i loro piedi, i bambini con i capelli addobbati e i vestitini della festa che rincorrono il cane e che si nascondono continuamente sotto il tavolo, una persona che sonnecchia sulla poltrona per il troppo cibo ingurgitato e con la bocca aperta, uno sparuto gruppetto di irriducibili in un angolo del tavolo, che continuerebbero a giocare a scopone scientifico -strepitando tutti contro tutti- anche se Babbo Natale scendesse dal camino, i cugini che parlano – in una sorta di confessionale- di come è andato l’anno passato perché non hanno avuto tante occasioni di vedersi, mia madre che ha appena liberato un tavolino e lo ha riapparecchiato a piccolo buffet con i resti del pranzo, parenti e amici che entrano dalla porta ballonzolando – sono giunti a salutare dopo i relativi pranzi con i parenti -, qualche anima ormai isolata che esce per fumarsi una sigaretta, chi decide di andare nel soggiorno al piano di sopra per far fare il pisolino al bambino, chi mi chiede di preparargli un the verde, il gatto che – spaventato da tante persone – è riuscito ad entrare in cucina e addenta quanto è restato del cappone, chi si chiude in bagno, chi alza il già impossibile livello dei decibel cercando di condividere la gioia di aver ricevuto il regalo che tanto desiderava… e mille altri dettagli che vanno a formare quest’impossibile capolavoro cacofonico.

E’ un equilibrio in continuo mutamento, una confusione controllata che si ripete miracolosamente ogni anno.

E che va scemando molto lentamente. Dopo un momento di picco in cui venticinque persone stanno tutti braccio a braccio, c’è chi saluta, raccoglie i propri sacchettoni ricolmi, bacia tutti e se ne torna a casa, in una lenta processione che continua fin quasi mezzanotte. Io, a quel punto, mi preparo ben tre contenitori di alluminio con ogni ben-di-dio, metto pure in un paio di sacchetti cuki-gel torroncini e cioccolatini, i cantuccini fatti da mia sorella e una fetta di torta giunta chissà da dove, per il 26 mattina, e mi dico che non c’è Natale migliore in tutto il mondo. Non c’è nulla che vorrei cambiare nello svolgimento di questa giornata così piena di gioia.

Io posso essere solo per tutto un anno, non avere accanto a me la persona giusta, ma l’amore che accumulo durante questa giornata mi tiene caldo per tutti i mesi a venire.

(ecco, ora mi sembra di essere Bill Murray nel giorno della Marmotta, così vi lascio e vado a scaldarmi un bel tazzone di  lattuccio digestivo)

Discutere, non vivisezionare


Essere accomodanti è, alle volte, una bella rottura. La gente pensa che si tratti di una semplice reazione di disinteresse, l’avere pochi spigoli da smussare, il riuscire a trovare sempre un punto di pareggio, quasi a dire che si dà poco conto a quel che si sente, o non val la fatica di rivaleggiare coi pensieri altrui.

In realtà credo vi sia un essere accomodante che nasce dall’entusiasmo, non dalla pigrizia. E’ il piacere di accettare d’impeto le persone per quello che sono e per le idee che hanno. Senza credere mai che le nostre opinioni – anche quando viaggiano su binari separati – siano in contrapposizione, quanto invece sono costruite su diverse sfaccettature dello stesso frattale. Continua a leggere

Dario d’Ottobre


(questo post l’ho scritto esattamente 2 anni fa. Mi ci è voluto tanto per farlo fermentare e pubblicarlo… a questa distanza è un po’ oscuro anche per me, ma avendolo programmato per la pubblicazione, un senso -ai tempi- doveva avercelo. Quindi eccolo, con solo queste 2 righe tra parentesi in più)

Sono stagionale. Credo che tutti, in qualche misura, lo siano. Per me -poi- Ottobre è un continuo sussultare. Dico e nego. Sopravvivo alle notti e assaporo le colazioni autunnali. Ci sono periodi, come questo, che sono poco propenso alla sopportazione… come quando hai quelle inclinazioni culturali che però ti sembrano tanto delle prese di posizione sociali, come quando ti lavi troppo le mani essendo in una fase da mamma chioccia, come quando non ti va di fumare uno spino in compagnia. Ho le mani che mi prudono perché vi sono delle ore di intolleranza, e se solo dici una cosa e ne fai un’altra, mi fai venir voglia di gridare! In Ottobre non sopporto il concetto di “prospettiva“, o se vogliamo chiamarlo in altro modo “relativismo“…

Griderei solo per il fatto che la mia indole pacata e comprensiva normalmente accetterebbe il fatto che il non scopare da un mese e mezzo ti faccia sclerare, quasi ti avessero strappato tutti i peli del naso uno a uno con le pinzette. Un mese e mezzo, che sarà mai… manco il tempo di perdere quei pochi chili di troppo. E’  un gran bel problema, che il mio cervello funzioni per comparazioni ripetute. Confronto i baci dati con quelli non ricevuti, il peso di un desiderio con la sua inefficacia, i finti menefreghismi, i minuti di silenzio, confronto il male che ha portato l’onesta rispetto alle comodità che portano il tacere, la trasparenza che mostra qualcosa che non piace contro la trasparenza che fa paura… infine – in un loop particolarmente permaloso- la chiara coscienza di essere stagionale con la stanchezza di commettere gli stessi errori, che ritornano in fila inglese, come ritornano le mattine dopo le sere.

Simpatica, allegra, solare


Dunque, stavo gozzovigliando su uno dei tanti social network da single, e – imbarazzato di questi stessi pensieri – mi chiedevo come fosse possibile che ci fossero tanti cloni in giro. Per un attimo ho pensato che tutti i cloni in Guerre Stellari avessero un corrispettivo femminile e si fossero iscritte ai social network :-)

Colto da questa folgorazione, mi sono messo a fare un piccolo studio antropologico. Pare proprio che tutte le donne, single e con un account internet, siano allegre, semplici e solari. Nessuna esclusa. Nessuna che sia cleptomane, ninfomane, complessa, egocentrica, disturbata, depressa o scontenta del proprio lavoro, narcisista, fissata con lo shopping… Eppure io conosco per lo più ragazze alla Bridget Jones, che quando ci parli l’affermazione più ricorrente è “tutti gli uomini sono stronzi”. Il che sarà pure indicativo di qualcosa…

No, loro hanno tutte una storia troppo lunga per essere raccontata in un profilo web, manco avessero avuto una vita stile Bond girl! E credono tutte nell’amore (e ci mancherebbe altro!) però non hanno un partner ideale… Continua a leggere

Mancate ammissioni


Quel che credo è che – alle volte – per sopravvivere si abbia bisogno di creare degli argini, delle “vere finzioni” che proteggano dalle ragioni dei fallimenti o dalle cose non gradite. Capita un po’ a tutti. Quasi sempre si tratta di piccolezze che ci fanno star meglio con noi stessi; altre volte costituiscono una infrastruttura psicologica. Penso ad esempio al bugiardo patologico, ma non è il solo caso. E’ probabilmente una persona dotata di una sensibilità spiccata, ma che si ritrova a richiedere a chi gli sta vicino di dare conferma di queste ragioni, anche se esse non corrispondono al vero. Perché così si sente confortato. Continua a leggere

Comunicazione non verbale


Alle volte mi dico che in quarantanni di vita non ho capito imparato proprio nulla, perchè c’è chi mi guarda come fossi un idiota o quasi fossi un estraneo.

Alle volte credo che mi vengano poste delle domande che non riesco ad udire. C’è di fatto che all’improvviso rimango straniero in terra straniera.

Il dramma è che questa consapevolezza repentina di non aver colto qualcosa di ovvio, di non aver capito un suggerimento, di non aver fatto la cosa giusta non germoglia su di un dubbio precedente, ma – viceversa – appare senza preavviso. E pare che io sia stato l’unico a non aver visto arrivare la tempesta. Probabilmente mi manca una qualche speciale intuizione che si sviluppa negli anni, mi manca la capacità di osservare con la dovuta attenzione, un sesto senso che gli altri presuppongono io abbia.

Forse aveva ragione chi diceva che, nella mia ingenua semplicità, vivo una sorta di pericolosa incoscienza…

Troppa vita


Alle volte la vita che ti invade è troppa. E’ troppa per contenerla tra le braccia. E’ troppa per poterne anche solo tracciare pochi segni.

In questi ultimi giorni non ho messo mano al calamaio, non per mancanza di tempo, come inizialmente mi dicevo, ma perché ero attraversato da una tempesta continua, un continuo sussurrare della vita alle mie orecchie. Non riuscivo a far sostare i pensieri il tempo necessario per afferrarli. Ma li divoravo, lasciandone intorno pochi brandelli.

Ho avuto fame, e ho mangiato. Le giornate mi hanno condotto su sentieri imprevisti, ed ora che per una breve ora il vento si placa, mi ritrovo tra le mani tanto. Ancor più di quanto credessi queste mani potessero contenere…

Being Human


Siamo umani, e come tali abbiamo, tra i nostri buchi d’anima, il diritto di transumare. D’altronde i periodi ipotetici sono al mondo per questo. Servono per mettere un po’ d’ordine in alcuni dei nostri “se”.

Si può essere certi di uno scopo e poi perderlo in un giorno di pioggia. Si può avere una convinzione che poi si liquefa. In un attimo può cambiare la percezione dei nostri bisogni. E con essi il desiderio del momento. Continua a leggere

Dichiarare guerra


L’anno scorso ho dichiarato una piccola guerra civile. Contro me stesso. Inconsapevolmente. Contro una forma di incompletezza, di mancato equilibrio – quasi le giornate passassero come un episodio monco nella mia vita. Ammetterlo è stupefacente anche per me. Io, che mi sento da anni ormai una persona risolta.

Col senno di poi credo non si trattasse della necessità nuovi sapori, ma di cercare di capire se la mia vocazione – la mia vera voce! –  fosse proprio quella che stavo vivendo, o era uno stato in cui mi stavo adagiando.

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La vita è più interessante con te accanto


Lo confesso, m’è toccato di soffrire e amare; ho provato il gusto del sangue e del pane, ho stretto mani incallite e camminato in solitudine: son fatto della stessa materia d’uomo di chiunque.

E, leggero come una piuma d’oca, nel fondo e in superficie, sono sempre stato un entusiasta. Sono sempre stato un sognatore con una buona dose di ingenuità. Ho sempre saputo vedere il bello della giornata, anche quando diluviava. Continua a leggere

La stranezza del Control+C


Il dono  più bello che ha dato la natura – durante l’evoluzione da mera scimmia – all’uomo, è sicuramente la sua capacità di immaginare e di creare.

La delizia di una società che è follemente ingombra di superfluo è la creatività che si spande a macchia d’olio un po’ in tutti. Nella rete e fuori. Mi guardo attorno e sono più le persone che hanno ambizioni artistiche di quante preferiscano quietamente stagionare dinanzi un televisore. Sono circondato da un’esplodere di artisti improvvisati, di musicisti di valore, di ballerini, studiosi, intellettuali dalla r moscia, fotografi dal click facile, pittori dell’ipod, scrittori stressati, cantanti…ognuno sceglie la forma di espressività che più sente consona. Questa commistione moderna di passione, tecnologia e sperimentazione genera notevoli risultati. Ognuno di noi ha accesso a informazioni e strumenti che rende facile concentrarsi sulla propria sensibilità artistica, come solo venti anni fa non era concepibile. Ognuno ha modo di arricchirsi interiormente, di essere migli0re. Continua a leggere

La psicologia dell’amante


camicia aperta per casa e pantaloni sbracati a...

In Ginen stiamo sempre a parlare di tradimento, di vendetta, e – per lo più stiamo dalla parte del tradito. Non meno interessante è però approfondire la psicologia dell’amante, perché – sebbene tanto odiata, anch’essa non per forza deve essere sempre e solo “carnefice” della coppia. Vorrei quindi approfondire le situazioni, i casi della vita e le ragioni attraverso i quali si diventa e si sceglie di essere “l’altra donna”.

Qui di seguito una interessante intervista tutta schierata dalla parte dell’amante! :-)

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Chiamala empatia


Non so quanto valga per gli altri, quale sia la somma totale dell’empatia che c’è al mondo, né se il mondo sarebbe migliore se tutti riempissero la brocca davanti all’acquaio, invece di svuotarla.

Quel che posso dire è che ci sono delle volte che mi sento più vicino alle cose che alle persone. E mi sento nomade. In questi momenti mi piace affondare le mani nella terra – ne sento il bisogno – per alienare l’animo, per allontanare l’umana forma nel silenzio. Prendo il sassofono e vado in un campo o pagaio fino al centro del lago e mi pare di capire di più il respiro rassicurante  dell’erba attorno, piuttosto che le persone.

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Un posto dove definirsi


Un rigo rosso che ceda alle richieste della carne
Un motivo violetto e lilla che abbia lo stesso agio del riposo
per le più virtuose intenzioni,
il nero più cupo per quando le si tradisce.
E con il bianco latte del suo seno
traccio una linea che unisce pensosa, quasi sognata
il primo filo di sera all’ultima sua curva d’anca.

Se neppure sappiamo chi noi siamo veramente, come possiamo solo credere d’aver diritto di giudicare le azioni altrui, senza saperne le motivazioni più profonde? Non si tratta di abbracciare un relativismo di maniera; si tratta di accettare il fatto che se conosciamo solo un granello del nostro vero io subconscio, che sta ben nascosto dalla luce, non possiamo pensare che qualcun altro ci possa vedere per quello che crediamo di essere.

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Ogni tanto semplicemente giocare…


Le età di Lulù alle volte aiutano. Alle volte basta avere gli occhi e non il cuore, alle volte c’è solo un gioco di giorno e uno di notte, senza che intervenga il passato. Me lo ha chiarito un’amica l’altro giorno.

La condizione umana alle volte è condizionale; invero se si vuole è nelle nostre mani cercare un finale semplice, dove poter stare sotto un albero fiorito, aprire un libro e riposare, guardando una ragazza che tanto ci piace stesa accanto a te. E baciarla, non perchè non possiamo farne a meno, non con un desiderio incombente, ma solo perchè quel bacio ci accoglie semplice per quel che è, perchè quel bacio sta bene sotto un albero fiorito.

(c’è una grande verità spesso nascosta nella giovane età)