Frolli alla meta


cuoreGiusto l’altra sera parlavo con sconosciuti, compari di vino. Quando voglio sono proprio una troia, e attacco bottone anche con i muri. Nel mezzo di un calice di Bianco ridevamo sul fatto che esistono anche donne che si fregiano di riuscire a gestire tre o quattro rapporti contemporaneamente. Non è prerogativa puramente maschile; certo meno usuale, ma comunque distintivo di modo più che di genere. Certo, ad essere precisi, dovremmo sforzarci di trovare innanzitutto la nomenclatura corretta per queste nuove strane forme di relazionarsi. Come si può parlare tout court di un rapporto quando si distribuisce il nostro tempo, dedicandolo a più di una persona? Personalmente, faccio fatica già a gestire me stesso ed una sola “pretendente al trono”. Ho un terrore sacro di dovermi impegnare contemporaneamente con più di una donna, fosse anche solo per una questione di sesso. Psicologicamente lo troverei irrispettoso, organizzativamente parlando poi sarebbe un incubo. E tutto questo per un po’ di sesso? Che sicuramente non sarebbe poi così soddisfacente… visto che una tale situazione presupporrebbe un buon livello di distacco emotivo nei confronti delle arrapanti donzelle? No, grazie.

Detto questo, collateralmente mi sono sentito preso in causa leggendo questo post. Il perché è facile dirlo: sono single, e non ho una una persona speciale nel mio cuore. E’ triste, perché credo di avere ancora l’asticella del serbatoio per un rapporto di coppia ben alta. Sì, è triste. Lo è perché mi piacerebbe assai ritornare a provare certe emozioni trepidanti; eppure – mi dico – buttarsi, mettersi in gioco – bisogna farlo né con troppo raziocinio o senza trasporto, ma neanche senza tendere una piccola rete di sicurezza che ti possa permettere di guardare la relazione con gli occhi aperti. Occhi non completamente appannati dal desiderio di non rimanere soli. Sta di fatto che dopo i quaranta (e qui parlo di me :-) è difficile abbandonare la propria indipendenza, le proprie abitudini.

E se allora ci si avvicina a delle amiche – perché tali sono e rimangono, anche quando capita di andarci a letto – magari vezzeggiandole un po’, dandole conforto quando ne hanno bisogno… ecco, mi pare non sia un’azione tanto stronza nei confronti dell’amore. E’ piuttosto una forma di empatia, di mutuo soccorso tra persone che onestamente riconoscono che si trovano bene insieme ma non così bene. E’ triste? Forse. Disonesto? Non credo. Mia madre dice sempre che le persone hanno una scorta inesauribile di amore, e questo si può declinare in tanti modi. Nella trasparenza della cosa, nell’avvicinarsi ad altre persone e condividere una parte di noi, non si perde in libertà e né ci si guadagna, né si va a discapito del consumare l’altra persona. Non si tratta di voler essere disimpegnati, non si tratta di non sapere di cosa si ha bisogno, ma di non trovare la cosa di cui si ha bisogno. 

Le scuse del traditore


rabbiaL’uomo che tradisce si solleva da sopra l’amante, si gira nella sua parte del letto e ha un odioso pensiero per la moglie tradita.

Mi pare di capire, parlando con chi non ve lo dico, che il traditore abbia la medesima necessità del tradito di trovare una ragione per il suo atto. Gesto che spesso reputa egli stesso sbagliato. E se nella persona tradita di solito il mantra-pensiero è “Perchè è capitato a me, cosa ho fatto di sbagliato”, nel traditore reazione comune è quella di un atto di accusa “se ho tradito è colpa tua!”. Dove il tua può essere l’amante che è complice del tradimento, oppure la stessa moglie/marito che ugualmente lo ha spinto ed ha permesso che tradisse. Perchè se io ho tradito è soprattutto colpa tua che non sei stata in grado di darmi quello di cui ho bisogno!

La reazione di rabbia quindi non è propria solo del tradito. Può darsi si tratti di un semplice meccanismo di autodifesa psicologico ma indica palesemente un basso livello di comprensione del proprio sé e tratti caratteriali egoistici. C’è questo rancore che si sostituisce al senso di colpa. Quasi che il tradimento fosse un atto inatteso, non voluto. Lo stesso rancore che probabilmente già era alla base del malessere di coppia e che si autoalimenta nell’atto del tradire.

Odio mettermi in cattedra, ma queste sono le riflessioni che facevo l’altro giorno discutendo dell’argomento. Il mio punto di vista era forse deviato. Pensavo che ci fosse o un istinto autodistruttivo dietro il tradimento, una volontà di essere scoperti per chiudere un rapporto insoddisfacente, un senso del sbagliato da nascondere e che facesse sentir contriti. O almeno una sorta di fatalismo che permettesse al traditore di guardare il proprio partner negli occhi tornando a casa.

Pare che così non sia. Astio e risentimento stanno al cuore profondo del tradire. Non so per quanti sia così, ma la cosa mi ha stupito abbastanza.

 

 

 

 

Territori di caccia


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la settima vittima

Immaginate di leggere che esiste una matematica femminile secondo cui c’è un maschio appetibile ogni trenta donne. Ecco, e ora immaginate di avere una chiara consapevolezza per la quale per ogni femmina appetibile ce ne sono, in pieno territorio di caccia, trenta su cui sarebbe conveniente mettere una bella X con un pennarello indelebile, giusto per non sbagliarsi. Questo significa che la probabilità che un “ragazzo d’oro e/o buon partito” incontri fortunosamente una “ragazza da marito” da far felice (secondo la nomenclatura un po’ desueta dei miei genitori) è proprio da lanternino. Immaginate lo sconforto!

Per fortuna, ripensandoci un poco meglio mi viene da chiedere in quali orride categorie possano ricadere tutti gli altri ventinove trentesimi di maschi in cui una donna si imbatte quotidianamente. Qualche scapolo impenitente, qualche sposato senza remore, qualche separato ancora preso dalla ex compagna, qualche finto giovane… ok, ma gli altri? Siamo proprio certi che siano tutto assolutamente inapprocciabili?

Mi fregio di far parte della categoria dei single scopabili secondo chiari principi di igiene, dialettica, colloquialità ed estetica. Chiederei una conferma ad amici e conoscenti che mi leggono, ma non volendo correre un deleterio rischio di smentita preferisco che i miei 99 lettori diano per postulato la mia dichiarazione decisamente poco modesta. :-)

Da single non per scelta comoda, ma più che altro per abitudine all’indipendenza, non disdegnerei un rapporto che sapesse far suonare qualche campanello sia sopra che sotto il girovita. Ma la cosa non è facile, anche perché con il passare del tempo qualche confine minimo necessario, come è giusto che sia, lo vai tracciando. In una tale situazione, non accreditabile quindi sotto il nome di “innamoramento”, ben ci si accontenterebbe di condividere ogni tanto il letto, l’erba e il telecomando con la propria corrispondente femminea di single Scopabile. Intendendo con essa un essere di sesso femminile dotata innanzitutto di una chiara comprensione del significato dello status di Single.

Perché dico questo? Perché la mia piccola statistica mi porta a credere che mentre gli uomini per indole riescano ad abbracciare con facilità lo stile di vita single, con tutti i relativi pro e contro, la condizione di singletudine femminile ha spesso una caratteristica più altalenante: si dichiara apertamente tale; esplicita la propria indipendenza da un singolo pene asserendo che per nulla scambierebbe la propria libertà; fa delle vere e proprie battute di caccia con le amiche circuendo il bello del locale girovagando per la Milano-bene e spandendo ferormoni ovunque… ma poi, svegliatasi la mattina nel di lui letto, si impadronisce del 95% dello spazio mentale libero nell’uomo. Lei magari non ne è cosciente ma, tornata a casa, scatta il cronometro e se lui non le scrive entro le dodici ore partono tutti gli allarmi. Si chiede perché lui non le ha offerto il suo spazzolino, o perché non l’ha abbracciata nell’addormentarsi, o perché non le ha chiesto cosa fare nel weekend.

Il fatto è che il diavolo sta nei dettagli. Gli uomini lo imparano fin da piccoli, e quindi quando una donna emette quei brevi segnali di instabilità emotiva, non connessi ad un periodo premestruale, si fa subito prudente. Per questo non esisterà mai un censimento del maschio scopabile: questa rarità statistica ha imparato secondo necessità a passare sotto i radar femminili. :-)

Infatti, è prerogativa dei single poter declinare un palese invito ad accoccolarsi dentro una patata, per scegliere invece di essere per la serata il pieno padrone del proprio telecomando, ed evitare magari di dover l’indomani far una copia delle chiavi.

L’eccitazione al potere


riflessivoDi me stesso, più di ogni altra donna, mi hai permesso di scoprire angoli senza luce. Con il tuo sesso. Col tuo desiderio. Nell’eccitazione nulla è più potente di una fantasia o dell’essere consapevole che una voglia fa diventare il movimento pelvico ogni volta una esperienza diversa, più calda ed indispensabile. Non vi è nulla a cui dire di no se ci si concede alla passione dell’altro con fiducia. Il vero cuore del sesso non è l’orgasmo ma è il giungere ad una intimità tale da poter togliere ogni barriera a quel che ci piace. Il vero godere è imparare dove possiamo essere trasportati dalla marea dell’esplorarsi centimetro per centimetro.

Questi centimetri di te mi mancano ancora.

Quando tirasti su la maglia per mostrarmi il seno. Quei momenti nel giardino della piscina. Quelle email lavorative eccitanti. Quando io risposti a due telefonate di fila mentre ti stavo dentro cercavo frasi con la parola “vengo”. Quei sexting serali. Quel mangiare mezzi nudi. Quando indossasti quel completino in rete. Quando al telefono ti descrissi una scopata e tu stavi appoggiata ad un albero del campeggio. Quel lento strofinarti contro di me post doccia. Quando ti vestii soltanto di corda. Quel lento girovagare in auto toccandoci. Quando erano morsi ed erano lingue.

Quanto e quante volte tutto questo ci faceva chiudere gli occhi e gridare…

E’ colpa mia


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Ho gridato troppo al lupo al lupo, questo dovrebbe ammettere ogni politico oggi. E’ colpa mia.

E’ colpa mia se il popolo pensa che il meccanismo politico è da spazzar via invece che farlo diventar semplicemente migliore, è colpa mia se la voce che grida più di tutte ha un lessico cattivo e distruttivo. E’ malato il paese che non ascolta le voci della ragionevolezza, ed è colpa mia. Lo è perché non sono mai stato credibile in cinquant’anni. E perché ho sfruttato i mass media per nascondere dietro la spettacolarità la mia mancanza di idee. Ho permesso che intere generazioni crescessero senza credere a nulla, nemmeno al valore della cultura e al piacere del pensare. E’ colpa mia se non merito il vostro rispetto.

E’ colpa mia se in una democrazia rappresentativa non cerchiamo i migliori come rappresentanti, ma solo quei pochi che hanno ancora un residuo di etica e onestà. Non si ha più la minima voglia di discriminare all’interno di una intera classe politica. E’ colpa mia se si sente dire tanto sono tutti uguali. E’ colpa mia il grido di tutti a casa, che di fatto sono le parole più populiste che possano esistere; un grido che distrugge indiscriminatamente.

E’ colpa mia se la gente segue ancora le promesse stupide e senza peso, senza crederci nemmeno. E’ colpa mia se non si denunciano più i furti, è colpa mia se non si fa caso al povero all’angolo della strada, perchè sono stato il peggior esempio possibile. E’ colpa mia, perché nessuno crederebbe mai ad un insegnante che si presenta tutti i giorni in classe ubriaco, che regolarmente sbaglia la data della rivoluzione francese e che si porta a casa il cancellino della lavagna.

La supremazia del fallo


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Neanche tanto alcolizzati, parlavamo di esperienze strane. Alcune solo simpatiche, altre al limite del ridicolo. Sapete, tutte quelle strane circostanze in cui volenti o nolenti ci si ritrova nel corso della vita; al momento ci sembrano atrocità, ma poi col tempo ci ritroviamo a sorriderne.

Si parlava di sesso, naturalmente. Ma – a pensarci bene – era un aspetto tangenziale – per dare colore alla questione che invece accomunava tutti gli aneddoti e che potrei sintetizzare in: se baci male commetti peccato mortale!  (cit. il Grande Fresco)
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Le colpe degli altri


trust in meIn certi luoghi ci si arriva per caso. Ma quando ci si è, si può decidere se restare o andarsene.

E’ una soluzione un po’ da paurosi ed è molto facile, nascondersi. E rinunciare.

Io credo che niente come perdere la testa per qualcuno ci faccia sentire tutto più intensamente, e per come la vedo io, il sentimento aiuta a vederci allo specchio. A vedere negli altri, noi stessi. E’ questo in definitiva l’importanza dei sensi e del lasciarsi trasportare da essi. Con questo intendo dire che quando ci si apre a qualcuno, facciamo di tutto per piacere: ci guardiamo quindi da più vicino, ed al contempo assorbiamo in noi ogni cosa che l’altra persona dice e fa. Siamo ricettivi al massimo grado.  Sembra stupido mettere per iscritto queste parole, ma anche ogni fiducia mal riposta mi trasfigura. Imparo come essere una persona migliore: riconosco nell’altro i miei errori passati e ne capisco le conseguenze.

In quei momenti, ogni sussurro del cuore ha impatto: alcuni possono aver infranto, ma tutti hanno costruito qualcosa in me (di me!).

Non deve essere per forza facile. Non è da poco anche solo avere il coraggio di star davanti agli occhi di chi ti desidera, o di chi crede in te e si sente ferito, e saper cosa dire.
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Cocci che salvano un anno


imagesSe non ascolti una volta al giorno il tuo cuore, non alzarti al mattino. “Quanto dura minimo un pompino?”. Il segno di una voglia sulla scapola. Biagi e Benigni in bianco e nero. C’è buio qui come a Los Angeles, vero? Non si ha tempo neanche per la  religione di Cthulhu. “Ti chiedo solo questo, un’ultima volta”. Il canestro perfetto e il sorriso perfetto. Quali sono i motivi dei primi dieci errori della tua vita, mi ha chiesto Gaber. In realtà non sai come fare male ad un uomo. Il calcio non è uno sport. “Dicono che rendo realistiche le scene anali”. Nega, il genio che si manifesta. Conta il numero di volte che sbatte le ciglia mentre ti guarda. Una pagina al giorno di Pynchon. La storia delle degustazione del vino bianco. “Devo andare in bagno”.

 

Bank rupt


imagesSono malato, e ho finito le serie. Di leggere non ho la forza e quindi mi è toccato accendere il televisore. Quello che mi ha subito stupito è che tutti i commentatori parlano di Banche come se fossero enti astratti. Ma ci si dimentica che non sono altro che la somma delle persone che le governano e delle scelte che queste prendono.

Sono ovvietà, ma lasciatemele dire, visto che non le sento uscire dalla scatola nera. Giusto per esorcizzare questo stato di sbigottimento.

Se le banche costituiscono un elemento cardine del meccanismo che regge il nostro vivere moderno, concetto che tanti oggi come oggi cercano di far passare come assodato, allora esse dovrebbero essere intese come ingranaggio paritario. Che siano di pubblica utilità, che supportino la crescita e il mercato in modo trasversale; più simili ad enti no profit, insomma. Se invece esse sono – come sono – uno delle tante attività che hanno come obiettivo il profitto per loro stesse, allora anche esse devono essere soggette alle stesse leggi di mercato che con tanta facilità piegano e governano.

Come qualunque attività imprenditoriale devono rispettare le regole condivise, e ancora più di altri essere soggette a controlli. Anche le banche quindi dovrebbero poter fallire, e nel caso in cui così non fosse dovrebbe essere contemplato un meccanismo risarcitorio per i risparmiatori, visto che al di là di chi punta i propri soldi nel gioco d’azzardo della borsa, la maggior parte delle persone concepisce e utilizza il sistema bancario semplicemente come un meccanismo di gestione del proprio stipendio.

In tal senso ci dovrebbe essere un’alternativa alla loro gestione del nostro denaro. Quale potrebbe essere non riesco ad immaginarlo.

Il senso dell’effimero


castello di carteAbbiamo le nostre speranze e quello che crediamo d’aver costruito negli anni su solide basi. Niente di più effimero: per quanto siamo stati bravi ed accorti nell’edificare la nostra vita, la carriera, la famiglia, le relazioni, o la stessa salute fisica, non c’è nulla di veramente saldo. E’ tutta aria che profuma di sicurezza. Io l’ho imparato quando convivevo. Ci convinciamo solo di essere circondati da certezze, ma in realtà basta un cazzo di orso che esce sul sentiero dove fai trekking, un preservativo mal messo, una parola sbagliata detta alla moglie del tuo capo, un amore che evapora dietro ai fornelli…

Non mi spaventa la fragilità della vita. Non ho mai pensato fosse un buon motivo per vivere alla giornata, anzi, mi aiuta a scegliere come vivere; mi infonde la coscienza di poter cambiare sempre e comunque, di aspettarmi il cambiamento come motore positivo. Anche quando fa male. Bisogna avere gli occhi per vedere il mondo e i piedi per andarci. Finché si può.

Questa è la ragione per cui non rinuncio d’assaporare anche i momenti che so si esauriranno. Vi do fondo consciamente. Non farlo sarebbe come decidere di evitare d’andare a cena con gli amici solo perché sappiamo che poi ognuno se ne tornerà a casa propria.

I miei giorni sono edificati su mattoni che si sgretolano, su gesti che mi mancano, cose che desidero e che solo a volte riesco ad ottenere. Il non saperlo mi renderebbe impavido? Il saperlo non deve rendermi pavido.

Un giorno polemico


2012-12-29-12.53.42Cioè, sto attraversando il corridoio che porta dalla Metropolitana linea Gialla alla Rossa della fermata Duomo. E nel farlo – come sempre – mi viene incontro una fiumana di persone scese in senso inverso che – letteralmenteoccupano tutto lo spazio utile del corridoio. Chiunque abbia esperienza di questo sa di cosa sto parlando.

Per ridurre l’impatto al minimo, tutti quelli che come me cercano di andare verso la Rossa percorrono il tunnel in un’unica sottilissima fila indiana stando rasenti  il muro di sinistra. Ebbene, un emerito Cazzone che cammina verso di noi vede chiaramente che la fila nella mia direzione si muove con fatica; nonostante questo costringe tutti a circumnavigarlo perché lui ha deciso di rimanere anch’esso rasente il muro. Arrivato dinanzi a me, io decido di non muovermi dalla posizione già precaria. Lui nemmeno. E quindi ci ritroviamo fermi, uno dinanzi all’altro.

Io lo guardo e alzo un sopracciglio. Gli altri intanto ci superano indifferenti.

Lui fa: “si sta a destra”.

Io, che le prepotenze gratuite non le sopporto normalmente, pensate cosa potrei sopportare alle 8:30 di mattina. Certo, ci fosse una regola potrei quasi rispettarla. Ma mi limito a dire “potremo parlare di dove è meglio stare quando tutti quelli della tua direzione occuperanno solo la metà del corridoio” . 

E non mi muovo. Alzo il libro che ho in mano e ricomincio a leggere.

Al che lui sta ancora fermo una decina di secondi, dopo di che si smarca, si sposta e va oltre gridandomi dietro “Stronzo!!“.

Sorrido e torno a camminare.

Ciao Cazzone, ciao!

Tante parole quanti sorrisi


Capita di imbattersi in persone che sanno da che parte è imburrato il pane. O meglio, di incappare – così per caso – in parole che ti risuono come affini; che sanno di fiducia ed intelligenza e che ti conducono verso giornate piacevolissimeIn quel momento, non puoi fare a meno di ricordare come la spensieratezza coli veramente ovunque e sia nei posti più facili da trovare.

Durante tutta la giornata assapori quel senso di calda confidenza, quasi fosse un mattoncino fatto di cioccolato nocciolato e di felici vicinanze da far sciogliere sotto la lingua. Ho riscoperto, in questo nuovo anno, come poche parole uscite con una spontaneità che non ricordavo possano intessere un filato di buonumore. Rido a crepapelle seguendo i pensieri. Mi riscopro rilassato ed intento a ripensare alle cose dette. Che altro serve nella vita?

Soldi, non opinioni


george-rr-martinSono alle prese con l’edizione economica dei Guerrieri del Ghiaccio. Ulteriore tassello della saga di Martin. Come sempre prima di tutto – al di là del contenuto del libro – mi monta l’incazzatura per l’infamante trattamento che la Mondadori sta regalando da anni ormai a questa opera mastodontica. Chiaramente, più un’opera è amata dai lettori e più sono coloro che sopportano a fatica edizioni mal curate e intese solo per estrarre il maggior profitto possibile. Non voglio riproporre le tematiche che in rete sono ampiamente discusse. C’è solo da dire che è un’infamia.

Ci sono però due appunti che vorrei fare e che mi sono saltati al naso navigando tra le opinioni dei lettori scontenti. La prima fa sorridere da quanto è ingenua. Ho provato a verificare in rete se Mondadori abbia messo a disposizione un suo forum di discussione ufficiale, supponendo che sarebbe stato invaso di critiche di ogni tipo, ebbene debbo osservare che pochi siti sono 1.0 come quello della Mondadori. Livello di comunicazione veramente bassissimo, pagine ufficiali su Facebook praticamente spoglie di contenuti. E’ triste osservare come un colosso come questo editore cerchi di nascondersi dietro ad un dito, ed esprima una chiara mancanza di comunicatività (di intenzione di comunicazione). Pensando poi che si tratta di un Editore (non è mica una fabbrica bulloni!!) e che quindi dovrebbe per sua natura fare cultura, ovvero portare avanti la discussione – di ogni genere e tipo – il senso di ridicolo si muta in tristezza. Eppure è così: piuttosto che rispondere con chiare motivazioni a lettori indignati Golia preferisce nascondersi.

La seconda cosa è forse ancora più assurda. Leggendo infatti le FAQ del sito ufficiale di Martin, scopro riproposto a chiare lettere come unica scusante a questo indegno trattamento di tagliare i libri che hanno una loro logica e consistenza in tanti piccoli puzzle, che GLI EDITORI STRANIERI [tra cui l'italiano] più di chiunque altro conosce cosa i lettori nostrani accettano in termini di lunghezza dei libri.

Your novels are broken up into several parts in my country, and published in multiple volumes. Why do you do that?

A:  I don’t. My publishers do. In France, in Italy, in Germany, in the Czech Republic, in Korea, in China, in Japan, and in several other countries, the novels have been published as two (or in some cases, three or four) books. My understanding is that this is largely a matter of economics. These are long novels even in English, and in many cases the process of translation can actually make a book longer. And each publisher presumably knows his own market, and what the readers will and will not accept in terms of book length and book price. Even some of the publishers who would prefer to issue each novel in a single volume — my British, Dutch, and Hebrew publishers, for instance — found themselves unable to do so in the case of A STORM OF SWORDS, where the sheer size of the book would have made it prohibitively expensive to produce, for their markets. I know it must be annoying to have the story broken up into two or three or four parts, but in some countries the choice is either that, or no edition at all. At least I am in good company. Tolkien’s LORD OF THE RINGS was written as a single long novel, too. It was his publisher who decided to issue it as a trilogy, purely for commercial reasons.

Che delusione. Nessun accenno al rispetto per un’opera letteraria. Quello che mi viene da pensare è che, visto che questa questione è tra le poche che vengono chiaramente indicate nelle FAQ, mi viene da credere che le voci di protesta che sono giunte all’orecchio di Martin stesso non debbono essere state poi così poche. E allora siamo sicuri che la nostra cara Mondadori sappia veramente cosa vogliono i lettori italiani?


safe-sex-end-of-the-world-mayan-apocalypse-reminders-ecards-someecardsEbbene sì, possiamo dircelo che i Maya con gli UFO e tutte quelle menate da previsione di fine del mondo alla fine non c’entravano una beneamata. Il loro calendario è finito senza chissà che avvenimento apocalittico. Più che altro si è trattato di un evento di marketing, una buona ragione per far festa, e forse la scusa di qualche furbastro per farsi succhiare l’uccello con più enfasi. Cioè, quasi mi avevano convinto... il fiscal cliff, il ritorno della mummia Berlusconiana, il remake orrido di “Atto di Forza”, la neve che scendeva e che sembrava il finale degli Invisibili di Morrison, il mio poco appetito. Erano dei chiari segnali.

Però i Molloch non sono usciti scavando dalle loro gallerie. Una bella pioggia di meteore non è saltata fuori dal lato oscuro della luna. E il dottor Stranamore non ha fatto esplodere il dispositivo fine-del-mondo. Un poco sono rimasto deluso.

Comunque, non è mai detto. Magari il mondo è finito e noi ancora non ce ne siamo accorti, come in Lost. O magari la fine di cui parlavano i Maya è qualcosa più infida e insidiosa. Pensateci, per come stanno le cose, magari una bella fine del mondo scoppiettante non sarebbe stato il peggio che poteva capitare: ora ci tocca la campagna elettorale della Lega, di nuovo le banche che investono impunemente in prodotti derivati, la Juventusssss campione d’inverno… A pensarci bene magari la società civile è veramente finita!

Io una bella fine del mondo as-we-know-it me la sono sempre immaginata, in qualche modo, gradevole. Qualcosa tipo, l’ultimo uomo in bicicletta tra le macerie. Senza più IMU, potrei smettere di pensare al mutuo; magari potrei togliermi lo sfizio di dormire nella suite dell’Hilton. Niente più telefonini super intrusivi, niente più fidanzate gelose ( a parte quelle trasformate in zombie), niente più regali da riciclare, niente fila alle casse del supermercato. Niente colesterolo. Magari potremmo pensare a costruire qualche nuova comunità rurale dove far crescere zucchini e pomodori ai bordi di qualche bella spiaggia Australiana. Un ritorno al ’68? :-)

Ipotesi per una piacevole fine della società moderna

The Xmas Protocol


xmas protocolIn famiglia non abbiamo molti protocolli, a parte quelli dicembrini; che poi mia madre chiama tradizioni, mentre io stimolanti della mucosa gastrica. Di solito si concretizzano nella mia spasmodica ricerca dell’ultimo regalo intono alle 19:00 della Vigilia, alla attività di Santa-Postino per i parenti lontani, di Santa-Taxista, di responsabile della distribuzione e circolazione degli antipasti lungo tutta la tavolata, e addetto alla preparazione delle doggy-bag finali, che è una specie di guerra tra bande. Cose così. Piccole torture piacevoli, per cui l’essere umano non è concepito. Se non fosse che il tutto sfocia poi nel Natale e nello stato di assoluta piacevolezza che lo accompagna, giuro che mi prenderei una bella pausa dall’essere un piccolo assistente di Babbo Natale.

Però quest’anno sono previsti fra qualche giorno, eventi che porteranno alla fine del pianeta Terra, all’inabilità della superficie emersa, o almeno alla generazione di una nuova razza mutante che si metterà in competizione con l’homo sapiens e lo sostituirà entro Capodanno.

Non mi capacito quindi di questa mia frenesia che mi ha portato ad anticipare praticamente tutte le attività: con oggi ho in sostanza finito. Perché l’ho fatto quando sapevo che il Natale sarebbe stato posticipato sine die? Che mi piaccia l’idea di avere un protocollo natalizio? :-)

Brucia la carne [istruzioni per l'uso]


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S’intonava la sua vita al girare ritmico e fondo del giorno, al cerchio riflesso sull’acqua, allo sguardo che si allargava perduto; perché suo era il regno del sangue caldo, del cuore preso e saldo, del seno dolce e amaro… dell’ardor tempestoso – come un’isola col faro…  la cui luce sapevo seguir quando andavo cercando il sapor leggero del rhum, e un destino avaro.

Tanto vicino ho quell’intimo inverno che tiene in piedi un pensiero, che leggero in mano, al cielo non andavo chiedendo se l’amo, né chiedevo perché bramo: chi vuol saper dei sogni dove s’ergono le radici?

No, io no


CthulhuNo. Se la fine del mondo ha come segni premonitori il ritorno catastrofico ed immondo di un personaggio come Berlusconi, allora mi rifiuto di credere ancora che qualcosa possa migliorare; e che l’amore toccherà miracolosamente il cuore di uomini che da tantissimo tempo ci stanno strizzando le palle.

Quindi quest’anno niente buoni propositi o belle speranze. Mi rifiuto di stare al giuoco. Dò retta ai Maya.

Non andrò a votare con questa legge elettorale, se non per apporre nell’urna una scheda bianca. Perché votare è ormai un dovere ancor più di un diritto, ma non crederò più che questi animali politici siano quello che ci siamo meritati.

Non voterò deretani indegni che abbiano la pretesa di volermi rappresentare. Perché non lo fanno.

Non darò il mio voto a qualcuno che non ha il coraggio di cambiare radicalmente le regole del gioco, non a coloro che ci hanno mentito, non a chi ha rubato e continuerebbe a farlo, non a chi accetta di rimanere dentro questo meccanismo di poteri inaccettabile, non a coloro per cui ho dei dubbi etico e morali.

Non mi abbasserò a essere rappresentato da chi non reputo miglior di me. Non sarò complice di un meccanismo non controllabile e veramente trasparente, né di regole che consentono di avere due stipendi per due incarichi. Non abbasserò l’asta delle pretese.

Non farò un voto di protesta, perché la Bossi ci ha insegnato che da quella parte non può uscirne nulla di buono. Non darò un voto utile, né un voto contro. Non legittimerò chi non ascolta le voci di disperazione che vengono dal basso, chi dimentica i terremotati, o chi approfitta della loro situazione. Lontano da me chi continua a sostenere l’esistenza delle Province, chi dice che sia poca cosa una pensione di seimila euro. Chi fa feste in maschera a carico del contribuente, chi gonfia le note spese. A chi porta voti di scambio, chi sovvenziona la sagra della porchetta. Nulla, nemmeno un pensiero per chi chiude gli occhi davanti a tali e tante ingiustizie.

Me ne tiro fuori. Bruci l’Italia con tutti gli Italiani.

Ps: this is a flirt


loquaceLeggevo e pensavo. In questo cazzo di mondo edificato sul saper dire la cosa giusta al momento giusto, sono sempre stato un tipo troppo loquace. Mi capita spesso di rimproverarmi di non essere stato un po’ più reticente. Giusto per facilitarmi la vita. Alle volte saper quando tenere la bocca chiusa è una gran dote. E invece no. L’eccesso, la parola che va oltre mi esce di bocca, nel momento esatto in cui me ne rendo conto. E’ il senso della misura che straborda.

Poi, invece, quando si tratta di parlare del canto dei cigni, del ti voglio bene assaiiii, delle farfalle nello stomaco mi ritrovo la lingua felpata di pelle di camoscio. Mi parte in asfissia la stronzata detta sulla difensiva. A parte l’inconsistenza del momento, non c’è il rischio che ecceda. In certe momenti mi prende un terrore sacro che le cose escano sbagliate, con un suono stridulo e ridicolo. Cosa peraltro quasi sempre vera. Invidio chi sa usare amore come inciso mentre parla, per esempio. E quindi garbatamente taccio, codardamente mi immobilizzo.

Vorrei tanto esistesse un modo per mettere un Tag alle parole non dette, agli abbracci non dati, alle allusioni non riuscite. Un qualcosa di invisibile, ma percepibile con la coda dell’occhio che dicesse:

PS: questo è un flirt.