La pietra di paragone, cerco di dirtelo sempre, c’è. E’ lì. Dopo anni crediamo di averla buttata in un qualche fosso, ma poi – un giorno o l’altro – ci accorgiamo di averla ancora in tasca. E, a guardar bene la si intravede sempre con la coda dell’occhio. Però, io non sono mai riuscito a prenderla in mano.
Noi gente con un passato un pelo burrascoso, ce l’abbiamo tutti – sta pietra di paragone. Ma non mi chiedete di descriverla. Forse voi donne, che siete più analitiche nelle questioni sentimentali, siete più brave e ci riuscite, ma per me è semplicemente una specie di pietra pomice che – striscia e striscia – prima ha eroso il sentimento, l’ha reso liscio e da lì in poi, ha reso ruvidi molti baci venuti negli anni.
Di cosa sto parlando? Di quella fottuta paura che mi fa alzare le antenne e mi fa chiudere le braccia al petto. Strette.
Quando mi ritrovo ad essere teso, per la paura di dire troppo, o troppo poco (che spesso è lo stesso); quando mi cala in testa la sensazione che se non sto attento potrebbe in due minuti scoppiare il litigio, e quasi riesco a vederlo, come una nuvola nera che spira all’orizzonte; quando smetto di porgere abbracci per stampelle… capisco che sto ripensando alle difficoltà di un tempo. Agli errori e agli orrori.
E mi chiedo perché non mi è dovuto nella vita un piccolo rapporto che mi soddisfi quel pocopoco, e mi faccia stare con la linea della bocca rilassata. Dove sta il marcio? Magari sotto un’ascella, in un pelo incarnito un po’ più a fondo, in un neo sotto il piede… dove?
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