Testimonianza 5 – somewhen close to the end of last century
Ad essere onesti, ricordo solo due ragazze che mi hanno folgorato a prima vista, lasciandomi immobilizzato e marchiato a fuoco.
Non sono le donne che più ho amato. Non sono donne con cui ho fatto l’amore. Ma sono certo le donne che potrebbero reclamare molto di quanto sono, e sopratutto di quanto conosco della mia stessa libido.
Le vedo davanti a me, oggi come allora. Esattamente ferme, un’istantanea del passato, bellissime come le vidi la prima volta – ma diverse tra loro come più non potrebbero. Le incontrai nello stesso periodo, nel giro di qualche mese, facevo il triennio di ingegneria. Forse allora ero predisposto ad un amore fulminante; ricordo quanto tempo -allora – dedicavo malamente alla poesia e al camminare trasognante.
Vanina la intravidi la prima volta in una delle immense stanze dove si tenevano le lezioni. Era seduta sul tavolo, io ne vidi il profilo sbilenco, e lo sguardo triste che per tutti gli anni che ci frequentammo, mantenne. Di lei so di aver amato più di ogni altra cosa la stravaganza e il naso importante. Aveva un fare strano, che mescolava un’innocenza risoluta e un amore fiducioso per cose e persone. Non potevi che esserne affascinato. Starle vicino significare sentirne il fascino e l’unicità.
Angela, al contrario era una ragazza molto meno complessa, o sopra le righe. Credo avesse sogni più piccoli. Ma era di una tale bellezza ferina, con quei capelli ricci e scompigliati che la incorniciavano, e un sorriso ampio, a 100 denti, che parlava di quiete e onestà. Questo soprattutto: un volto che pareva indossare pochissime maschere, e dire ecco quel che sono. Me la presentò sua cugina, ad un concerto nel nostro centro giovani… io mi girai… la vidi… le vidi le stelle riflettergli come pagliuzze negli occhi… e sentii distintamente per la prima volta il sangue fluirmi nelle vene. Non faccio una metafora quando dico che – all’improvviso – solo per me, le luci si abbassarono, si abbassarono i suoni in un momento di tempo rallentato… non riuscivo a smettere di guardarla. Naturalmente tutti si accorsero del mio stato pietoso. Per Angela provavo qualcosa di più di una attrazione: era una dipendenza dalla sua vicinanza. L’allontanarsi mi feriva fisicamente.
Oggi non so cosa sia stato di loro, ne ho ogni tanto qualche veloce notizia da conoscenti comuni. Ma in qualche modo preferisco sempre svicolare, non sapere, e lasciare un lieve manto di indefinito su dove le abbia portate la vita vera. Non so il perchè, e non me lo chiedo.

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